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Josephine Baker

Josephine Baker: la prima Venere nera

Questa è la storia di una donna eccezionale e di un’artista fuori dal comune. Una donna forte e fiera, che dalla miseria più assoluta si è alzata in piedi ed è risalita, fino a raggiungere le stelle. Una showgirl che ha fatto della sua arte un veicolo per i diritti civili. Josephine Baker è ancora oggi un’ispirazione per molte donne e molte artiste, e dovrebbe esserlo ancor di più per tutto quello che ha fatto in difesa della libertà e dell’uguaglianza.

 

L’infanzia miserabile di Josephine Baker

Nata a Saint Louis, in Missouri, il 3 giugno 1906, Freda Josephine McDonald dovette fin da piccolissima confrontarsi con le difficoltà della vita. Portò il cognome di sua madre, Carrie McDonald, poiché suo padre, il batterista di vaudeville Eddie Carson, le abbandonò un anno dopo la nascita della bambina. Forse fu per la ferita mai rimarginata che mamma Carrie scoraggiò sempre i sogni artistici che nella piccola Freda si manifestarono già in tenera età. Ma durante quel primo anno di vita, la bimba respirò l’aria del backstage, dal momento che Carrie ed Eddie avevano insieme un act di musica e danza e non potevano permettersi una babysitter.

L’infanzia di Freda fu caratterizzata da malnutrizione e stracci di seconda mano. La piccola cantava agli angoli delle strade per pochi centesimi. A otto anni iniziò a lavorare come ragazza alla pari nelle case dei bianchi di St. Luis, ma quando fu severamente punita per aver messo troppo sapone nel bucato (la padrona di casa le bruciò una mano) se ne andò. Era giovanissima, ma intelligente: fin da subito nella sua mente furono chiari i concetti di ingiustizia e discriminazione razziale. Mai Josephine Baker si sentì inferiore a un altro essere umano. Quell’atto di ribellione fu solo l’inizio di una statement life vissuta pienamente. Nel frattempo i rapporti con sua madre iniziavano a logorarsi. La relazione fra le due donne era a dir poco difficile. A tredici anni Josephine aveva iniziato a esibirsi in qualche club, viaggiava e portava a casa soldi e regali, ma sua madre e sua sorella ridicolizzavano a tal punto la sua vena artistica che la giovane, quando sua sorella morì, non tornò a St. Luis per il funerale, anche se coprì le spese con i suoi guadagni.

Josephine Baker: Banana Dance

Dall’elemosina al palcoscenico

Josephine era tornata a scuola, ma solo per poco tempo. La povertà esigeva che si guadagnasse da vivere, il rapporto con sua madre si consumava. Ben presto fuggì di casa, si guadagnò da vivere esibendosi a cappello e raccogliendo lattine dall’immondizia. Sempre a tredici anni iniziò a lavorare come cameriera al The Old Chauffeur’s Club, e intanto continuava ad esibirsi in strada. Ai passanti piaceva, i centesimi si tramutarono in quarti di dollaro e qualcuno la notò. A quindici anni ottenne la sua prima scrittura in un vaudeville, il St. Luis Chorus. Da lì ai tour per quella che era una vera e propria Reinassance del Vaudeville il passo fu breve: il Plantation Club a New York City, le riviste di Broadway Shuffle Along e The Chocolate Dandies. Era la ballerina di fila più pagata nel vaudeville, nonostante non riuscisse a ricordare le coreografie. Si esibiva nell’encore, una posizione riservata agli artisti di colore: facce buffe e numeri di destrezza, ma eseguiti con forti elementi comici (celeberrime le sue espressioni facciali). Le “Black Face Comedies” erano proprio ciò che sua madre disapprovava e il divario fra le due si faceva sempre più incolmabile. Per questo non ci fu nulla che fece voltare indietro Josephine Baker quando le fu chiesto di andare ad esibirsi a Parigi.

 

Parigi: la nuova casa di Josephine Baker

Il 2 ottobre 1925 debuttò al Théâtre des Champs-Élysées lo spettacolo che la rese una diva: La Revue Nègre. Nella libertina Parigi degli anni Venti, la sua danza a seno nudo la fece diventare istantaneamente un idolo esotico. Dopo il tour in tutta Europa e il clamoroso successo della rivista, Josephine Baker tornò a Parigi, stralciò il suo contratto e venne scritturata da Les Folies Bergères, dove ebbe la più piena libertà creativa e gettò le basi per quello che sarebbe stato il suo stile peculiare. Con indosso poco più di un gonnellino fatto di banane, Josephine esordì nel suo act Danse Sauvage, che diventerà una delle immagini più iconiche della contemporanea Art Deco.

Miss Baker era ormai una stella che nessuno poteva oscurare. Legioni di ammiratori le dichiaravano il loro amore, gli artisti facevano a gara per immortalarla. Ernest Emingway la definì “la donna più sensazionale che chiunque potrà mai vedere”, Pablo Picasso la descrisse come la donna dalle “gambe paradisiache, gli occhi di ebano e il sorriso dove tutti gli altri sorrisi vanno a morire”. Divenne una musa per Christian Dior e F. Scott Fitzgerald. In quegli anni nacque la sua canzone più popolare, J’ai deux amours, e anche il cinema si accorse di lei. Il debutto sul grande schermo arrivò con un piccolo ruolo non accreditato nel 1924, nel film A Son of Satan, poi fu la volta di Die Frauen von Folies Bergère nel 1927. Qualche altro ruolo di medio rilievo, nello stesso anno, come quello ne La sirena dei Tropici e ne La Revue des Revues, e finalmente nel 1934 arrivò il film che segnò una svolta nella storia della Settima Arte. Con Zou Zou per la prima volta una donna di colore riceveva il ruolo da protagonista in una grossa produzione. Seguì La principessa Tam Tam, l’anno successivo, e il successo planetario insieme all’immortalità.

 

Uomini e amori vari: la vita sentimentale di Josephine Baker

Se a tredici anni Josephine aveva rapporti difficili con sua madre, il motivo non stava solo nella disapprovazione del mestiere che aveva intrapreso. Mentre si esibiva nei locali di St. Luis, si sposò a soli tredici anni con un certo Willie Wells, da

Bettie Page

Bettie Page: la regina delle pin up

Al giorno d’oggi si fa abuso di molte espressioni. Parole come “capolavoro”, “geniale” o “regina” vengono spese con gran facilità e spesso a sproposito. Siamo però certi di non sbagliare a definire Bettie Page la regina incontrastata delle pin up di ogni epoca. Con il suo sorriso da ragazzina, le curve mozzafiato e la capigliatura corvina, Bettie è diventata un’icona, qualcosa di immortale e sempre giovane nell’immaginario comune. La sua storia è nota, ma è anche infarcita di aneddoti leggendari, di miti, e di molta tristezza. Come molte altre donne entrate nel firmamento delle star, Miss Page ha avuto una vita di luci e ombre, e da sola, valorizzando ciò che aveva, ne ha cambiato il corso, dalla povertà alle stelle come una principessa delle favole. Che però, invece di ampie vesti colore del cielo, indossava regicalze e brandiva frustini.

 

Bettie Page, la ragazza modello

Seconda di sei figli, tre maschi e tre femmine, Bettie Mae Page nacque a Nashville, in Tennessee, il 22 aprile 1923. All’anagrafe registrarono erroneamente il suo nome con la Y, Betty, ma il certificato di battesimo indica “Bettie”. I suoi genitori, Walter Roy Page & Edna Mae Pirtle, divorziarono quando lei aveva dieci anni. Il padre molestava le tre figlie femmine e dava solo problemi. Un giorno rubò un’auto della polizia, fu catturato e arrestato, e la goccia fece traboccare il vaso per Edna. Dopo il divorzio, Bettie e le sue sorelle vissero per un po’ in un orfanotrofio femminile. Nelle lunghe ore trascorse nei dormitori, le tre ragazze si divertivano a pettinarsi e truccarsi come le grandi dive, e lei imparò anche a cucire. In seguito Edna riprese tutti i suoi figli con sé e si spostò molto in cerca di una stabilità economica. Per sfamare da sola sei figli, lavorava come parrucchiera di giorno e lavandaia di notte. Fu Bettie, giovanissima, a prendersi cura dei suoi fratelli. La sua famiglia era così povera che “Eravamo fortunati se trovavamo un’arancia nella calza di Natale”, come dichiarò in seguito. Ciononostante, la nostra beniamina era anche una studentessa modello: con una media di tutte A, una volta diplomata ottenne un assegno di 100 dollari per iscriversi al Peabody College e in seguito mancò la borsa di studio universitaria per un solo quarto di punto. Da sempre appassionata di recitazione e già attiva negli spettacoli scolastici, iniziò a studiare Arte Drammatica. Anche se aveva frequentato il college per diventare insegnante, il suo sogno era fare l’attrice. Trovò il suo primo impiego così: doveva dattiloscrivere i testi per l’autore Alfred Leland Crabb. Si laureò in Arte nel 1943 e sposò il suo ragazzo del liceo, Billy Neal. I due si trasferirono a San Francisco, ma ben presto lui fu arruolato nell’esercito e andò al fronte per la Seconda Guerra Mondiale. Tornò nel 1947, lui e Bettie divorziarono.

Bettie Page fotografata da Irvin Klaw

Bettie Page fotografata da Irvin Klaw

L’inizio della carriera di Bettie Page

Nel 1950 Bettie si trasferì a New York e cominciò a lavorare come segretaria, ma il suo sogno di diventare una star non era tramontato. È ormai leggendario il modo in cui fu scoperta: in ottobre passeggiava su una spiaggia a Coney Island e fu notata da Jerry Tibbs, un poliziotto con l’hobby della fotografia. Colpito da quella figura sinuosa e da quegli occhi blu profondo, Tibbs non solo le chiese di posare per lui, ma la introdusse nell’ambiente fotografico. La disinvoltura di Bettie di fronte alla macchina fotografica era senza precedenti: si lasciava plasmare come creta e non aveva alcun problema a posare nuda. Tibbs le presentò altri fotografi dilettanti, compreso Cass Carr, un musicista giamaicano, che la fece posare per il suo primo servizio outdoor e la introdusse nell’ambiente dei Camera Club. La ragazza, allora ventisettenne, ebbe così la possibilità di maturare un’esperienza incredibile per quei tempi così conservatori.

L’anno successivo, Bettie Page iniziò il suo sodalizio con Irvin Klaw. Fotografo, videomaker, artista di rottura, Klaw regalò a Bettie Page quello che sarà il suo tratto più distintivo: la frangetta. La immortalò in decine e decine di fotografie sexy, spesso a tema bondage e sadomaso. Le fotografie (e anche i video) venivano inviate per corrispondenza a clienti più o meno abituali. In men che non si dica, Bettie Page era un’icona in tutti gli Stati Uniti: la prima modella bondage della storia degli USA.

Bettie Page fotografata da Bunny Yeager

Bettie Page fotografata da Bunny Yeager

Bettie Page: la più grande tra le pin up

Wink, Eyeful, Titter, Beauty Parade. Sono solo alcune tra le riviste su cui comparivano le foto di Bettie Page. Ma quando comparve anche su magazine di Robert Harrison, fu sancito il suo primato tra le pin up. Nel 1954 era la più famosa a New York, e la ex modella e aspirante fotografa Bunny Yeager la volle per un servizio fotografico all’interno dell’ex parco naturale Africa-USA di Boca Raton, in Florida. La serie di scatti “Bettie nella giungla” è famosissima ancora oggi. Bettie era solita cucire da sola la lingerie che indossava, e anche l’ormai celebre abito in pelle di leopardo era opera sua. La serie comprende anche foto di nudo in compagnia di due ghepardi vivi. Bunny spedì le sue foto a Playboy e Hugh Hefner in persona si assicurò che Bettie Page venisse scritturata sul numero successivo come Playmate del mese. Suo fu il paginone centrale che festeggiava i due anni della rivista, nel gennaio 1955. Le foto di Bettie furono riprodotte ovunque, anche sui dischi e sulle carte da gioco. Si era meritata il titolo di “The Girl with the Perfect Figure”. Hefner divenne ossessionato da lei, dai suoi modi affabili, maliziosi e ingenui allo stesso tempo.

Nel frattempo Bettie era apparsa anche in diversi programmi televisivi e spettacoli teatrali. Irvin Klaw continuava a immortalarla. Sempre divertita e irriverente, Bettie Page fu la protagonista di oltre 50 filmati burlesque girati

Tempest Storm

Tempest Storm: un mito vivente

Basta pronunciare il suo nome per capire tutto di lei: Tempest Storm è come un uragano che ha percorso quasi tutta la storia del Burlesque, cavalcando le luci della ribalta come se fossero solide, sorridendo e ancheggiando, mostrando il suo fisico prorompente e i suoi capelli rosso naturale.

Per chi conosce il burlesque il suo nome non è nuovo: è semplicemente la performer più amata tra le vecchie glorie, 90 anni portati in modo scintillante. È stata una delle pin-up più famose degli anni Cinquanta, insieme all’amica Bettie Page, e come Gipsy Rose Lee, Lily St. Cyr e Blaze Starr è una delle maggiori figure nella storia del burlesque. Al contrario di Gypsy, non ha inventato qualcosa di nuovo, non ha numeri particolarmente iconici. Tempest ha semplicemente eseguito performance burlesque più a lungo di chiunque altro, e lo ha fatto tremendamente bene. Il suo stile più celebre resta il solo-strip act, che è sempre stato il suo cavallo di battaglia, accompagnato spesso da sapienti movenze Bump & Grind.

Tutte possiamo ancora oggi imparare la vera essenza del teasing dalle parole di Tempest Storm: “Ciò che ha ucciso il pubblico di massa nel burlesque è stato che molte performer hanno iniziato a spogliarsi del tutto. Non è solo di cattivo gusto, ma è anche non necessario. Il segreto di un buon striptease è il lasciare quanto più possibile all’immaginazione”.

E ancora, nello specifico: “Non importa cosa dicono gli uomini, nessuno di loro vuole veramente vedere una performer che semplicemente balza fuori dai suoi vestiti. Ci vuole la comunicazione, il segreto è instaurare un contatto. Nei miei act, anche se alla fine mi resta addosso il minimo legale, in verità indosso sempre più di quello che tolgo. C’è qualcosa di psicologico in questo: una performer che riesce a comunicare modestia è più sexy di una che si spoglia e basta”.

Tempest Storm

Come la giovane Annie divenne Tempest Storm

Al pari di molte star, non solo del Burlesque, Tempest Storm è finita nello show business per puro caso, fuggendo da un’infanzia difficile. Nata Annie Blanche Banks il 29 febbraio 1928, a Eastman, in Georgia, non ha mai conosciuto il suo vero padre. I suoi si separarono quando sua madre era incinta, e Annie crebbe con un patrigno che abusava di lei. A quindici anni, per fuggire da un incubo, se ne andò di casa. Conobbe un ragazzo della sua età che le promise di prendersi cura di lei, si sposarono e 24 ore dopo il loro matrimonio era già annullato. Annie lo sposò solo per emanciparsi legalmente dalla sua famiglia. Poco dopo incontrò un altro ragazzo. Il secondo matrimonio durò sei mesi. Nelle sue memorie racconta come arrivò a Hollywood, con una massa di capelli rossi che tirò sulla testa per sembrare più grande, e mentì sulla sua età per iniziare a lavorare. “Ero carina, e avevo un bel fisico, ma apparivo come migliaia di altre ragazzine che vanno a Hollywood con l’idea di fare le attrici”. Lavorò dapprima come commessa, poi in un cocktail bar. Riusciva a stento a mantenersi, ma “avevo idea che se fossi tornata a casa non sarei più andata via”.

Le cose non andavano bene, Annie lavorava in un drive in come cameriera quando incontrò un uomo che le chiese se aveva mai pensato di lavorare nello show business. Non era l’idea che Annie aveva in testa: l’uomo voleva fare di lei una stripper.

L’uomo le fissò un appuntamento con Lillian Hunt per il Folies Theatre. Annie non ci andò: era spaventata a morte, ma l’uomo andò di nuovo a trovarla e la incoraggiò. “Fare la spogliarellista era l’ultima cosa che volevo, ma alla fine ci andai. Avevo bisogno di un lavoro, mi presero tra le ragazze della fila e mi fissarono una paga di 40 dollari a settimana. Era più di quanto avessi mai guadagnato in vita mia”.

Tre settimane dopo, Annie divenne solista, con una paga di 60 dollari a settimana, e la settimana ancora successiva Lillian Hunt le disse che aveva bisogno di un nome d’arte. Fu la stessa Lillian a suggerire Tempest Storm. “Niente di meglio?”, chiese Annie. “Che ne dici di Sunny Day?”, propose allora Lillian. Fortunatamente Annie, allora diciasettenne, scelse Tempest Storm. Non poteva saperlo, ma in quel momento stava nascendo la starlette più pagata di sempre.

Tempest Storm e Bettie Page

Una vita scintillante, non solo sotto i riflettori

A vent’anni Tempest Storm era già una superstar: cachet altissimi, spettacoli in moltissime città americane, soprattutto Reno e Las Vegas. Nel 1957 Tempest Storm diventò il suo nome anche legalmente. Era l’epitome di un nuovo burlesque, quello che si dirigeva verso gli anni Sessanta, spostatosi a Ovest, che non aveva più il suo epicentro a New York, ma che inevitabilmente sarebbe stato soppiantato da altre forme di ipersessualità: una fenice morente che brucia al massimo del suo splendore. Rimase la più pagata anche dopo, quando questa forma d’arte conobbe un periodo di declino e, in molti paesi, di oblio. Ci ha sempre tenuto a distinguersi da veterane come Gypsy Rose Lee, si è paragonata piuttosto all’amica Bettie Page, con la quale compare nelle scene dal retrogusto fetish Teasearama di Irving Klaw.

Alla fine degli anni Cinquanta assicurò i suoi seni per un milione di dollari presso la Lloyd Assicurazioni di Londra. Questi e mille altri episodi “originali” erano la sua firma: pubblicità e sensazionalismo.

Ovviamente si affacciò anche al cinema, sogno mai accantonato del tutto, ma potè recitare solo in film di genere, per lo più nel ruolo di se stessa. Tra i più importanti The French Peep Show, di Russ Meyer, Striptease Girl, Roadshow e Shock-O-Rama.

Le furono attribuiti moltissimi amori, anche con uomini importanti, tra cui addirittura Elvis Presley, Sammy Davis Jr. e il Presidente Kennedy. Invece sposò un cantante famosissimo, ultrapagato quanto lei, Herb Jeffries, uno dei più grandi crooner di sempre. La sua Flamingo

Gypsy Rose Lee

Gypsy Rose Lee: la Madre del Burlesque

Il Burlesque, più di altre forme d’arte, ha tra le sue schiere di angeli fatti di curve molte dive e divine. Ma se c’è davvero una trinità de venerare, questa è composta da Lily St. Cyr, Ann Corio e Gypsy Rose Lee. Quest’ultima in particolare viene considerata come l’inventrice di ciò che oggi consideriamo burlesque: l’arte del rivelarsi a poco a poco, non solo di togliersi i vestiti di dosso, ma di stuzzicare, con sapiente e ironica malizia, chi sta a guardare. “Più tease che strip” si legge in ogni biografia di colei che passò alla storia come “la donna che inventò il burlesque”.

Come sappiamo, questa forma d’arte esisteva da tempo, ma Gypsy le conferì una forma definitiva e rispettata, per la prima volta anche negli ambienti dell’alta società e della neonata televisione.

Bella sì, ma non più di tanto, Gypsy Rose Lee si fece strada soprattutto per il suo cervello, e ancora oggi viene ricordata come la donna più intelligente nello show business burlesque, pioniera di quell’essere imprenditrici di se stesse che tanto viene sbandierato, non sempre a ragione, ancora oggi.

Gypsy Rose Lee

Gypsy Rose Lee giovanissima nello show dei fratelli Minsky e in altri celebri momenti della sua carriera

Quando era Louise: l’infanzia difficile di Gypsy Rose Lee

La storia di Gypsy Rose Lee è una strada verso l’affrancamento e l’uscita da un tunnel che solo in un modo poteva vedere la fine. Sua madre, Rose Evangeline Thompson, sposò John Olaf Hovick, venditore di spazi pubblicitari per il Seattle Times di origine norvegese, che era ancora adolescente. Il giorno delle nozze aveva già in grembo Rose Louise Hovick (vero nome di Gypsy), che nacque l’8 gennaio 1911. Sua madre dichiarò sempre il giorno successivo e frequentemente cambiò la data di nascita sia di Louise (Gypsy veniva chiamata sempre con il suo secondo nome) che di sua sorella, meglio nota come l’attrice June Havoc. La donna e le sue due figlie viaggiavano moltissimo, e per aggirare le leggi dei vari stati sul lavoro minorile, le date di nascita venivano costantemente spostate. La stessa Louise per anni non seppe quale fosse davvero il giorno del suo compleanno. Fu subito chiaro ciò che mamma Rose voleva: costrinse le sue due figlie ad estenuanti viaggi e provini, poiché voleva che sfondassero da subito nel mondo dello show business – il che la portò al divorzio dal padre delle fanciulle. L’anno successivo si risposò, ma Louise e June non hanno mai avuto una figura paterna accanto. La loro dispotica madre era tutto ciò che avevano. June, da sempre la preferita di mamma Rose, manteneva la famiglia già a due anni e mezzo, come piccola star, “La più piccola danzatrice sulle punte del mondo”. Quando June fu chiamata per comparire in alcuni cortometraggi, Louise fu lasciata a casa e riuscì almeno frequentare le scuole elementari, al contrario di June, alla quale fu insegnato a leggere dalle stage manager. In seguito Rose mise in piedi spettacoli di vaudeville, tra cui l’allora celebre Baby June and Her Farmboys, in cui Rose era la star e Louise, a cui la madre imputava una totale mancanza di talento, era relegata sul fondo. Con grande disappunto della donna, June fuggì con uno dei ballerini di fila, Bobby Reed, e lo sposò a soli tredici anni. Nonostante i loro show avessero incassato una media di 1.500 dollari a settimana, mamma Rose aveva sperperato quasi tutto il denaro.

La popolarità del vaudeville era in declino. Rose mise in piedi un altro spettacolo, Rose Louise and Her Hollywood Blondes e attribuì a Louise la mancanza di successo. La verità era che quella forma di spettacolo stava morendo, così Rose un bel giorno portò sua figlia in una Burlesque House senza spiegarle in quale disciplina artistica avrebbe fatto il suo debutto. Louise aveva quindici anni.

Gypsy Rose Lee

Gypsy Rose Lee in pose da donna fatale. Al centro: foto promozionale per il film “La bella dello Yukon”

Come Louise divenne Gypsy Rose Lee

Si dice che la starlette più attesa di quella serata ebbe una malore e non potesse salire sul palco. Si dice che Rose, attratta dalla paga, spinse sua figlia come volontaria, e che Louise fosse terrorizzata all’idea di spogliarsi in pubblico. L’audience era molto diversa da quella del vaudeville, come pure le ragazze che lavoravano allo show. Pare che Louise salì sul palco con un gonnellino di erba simile a quello delle ballerine di Hula, e che non si tolse molto di dosso. Il pubblico però rispose benissimo a questa nuova forma di “spogliarello”, che stuzzicava la fantasia più che mostrare carne. Una sera Louise ideò un finto incidente: la spallina del suo scintillante abito da sera si staccò e lei scoprì una spalla. Il pubblico, in delirio già con questo piccolo escamotage, letteralmente impazzì quando il vestito scivolò ai suoi piedi. Era nata una stella, la più fulgida nel mondo del Burlesque.

La tappa successiva era lo show dei fratelli Minsky, dove le cameriere, vestite alla francese, spruzzavano delicati profumi sugli ospiti. Nella più famosa burlesque house degli Stati Uniti era tempo di trovarsi un nome nuovo. Louise scelse Gypsy, per il suo hobby di leggere le foglie del tè, aggiunse Rose, dal suo vero nome e come omaggio alla madre, e alla fine appose Lee come vezzo. Divenne molto presto la stella di punta dei Minsky, ma apportò al tutto un sapore completamente nuovo, mescolando massicce dosi di ironia alla sensualità. La volgarità degli show dei fratelli produttori fu stemperata a tal punto che Gypsy fu scritturata molto spesso per intrattenere ai balli dell’alta società newyorkese.

Gypsy Rose Lee

Gypsy Rose Lee con indosso alcuni fra i suoi più vistosi costumi

Gypsy Rose Lee goes to Hollywood

Gypsy fu più volte arrestata in frequenti raid della polizia dai Minsky. Fu sempre rilasciata, poiché la sua mente brillante le forniva sempre qualche trucco per aggirare le

Frank Sinatra

Frank Sinatra: 100 anni di indelebili canzoni

Nasceva il 12 dicembre di cento anni fa, e quando sua madre Natalia strinse per la prima volta a sé quel fagottino a cui aveva dato nome Francis Albert, non sapeva che suo figlio sarebbe diventato una leggenda, uno dei più grandi artisti della storia, e che alcune delle sue canzoni sarebbero state pietre miliari della musica in tutto il mondo.

Nasceva umile, nella minoranza malvista degli italiani emigrati in New Jersey, e quando la sua voce emanò il primo pianto, nessuno poteva immaginare che quel grido sarebbe diventato la voce più celebre di sempre.

Era cento anni fa, in un ospedale di Hoboken, che Frank Sinatra veniva al mondo. Il più grande crooner, uno dei cantanti più celebri di sempre, nonché uno dei più prolifici: più di 2200 canzoni in oltre 60 album.

Suo padre, Saverio Antonino Martino Sinatra, dovette lasciare la Sicilia per una brutta questione legale e in seguito divenne pompiere, pugile semi-professionista e infine proprietario di un bar. Sua madre, la genovese Natalina “Dolly” Della Garaventa, emigrata con la famiglia, trovò i suoi genitori contrari al matrimonio con “Antony Martin”, ma alla fine i due si sposarono proprio il giorno di San Valentino nel 1914 a Jersey City. Si trasferiscono a Hoboken, nel New Jersey, e lì l’anno successivo nacque il loro unico figlio, che diverrà il primo teen idol della storia, ma che poi continuerà ad essere amato per generazioni.

Frank Sinatra

Alcune celebri immagini di Frank Sinatra

La lunga e intensa vita di Frank Sinatra

Per noi sarebbe impensabile cercare di riassumere qui la biografia di Frank Sinatra. La sua vita è stata davvero intensa, pregna di fatti molto significativi, di scandali e gioie. I personaggi più importanti del mondo si sono alternati di fronte ai suoi occhi.

Brevemente possiamo raccontarvi che suo padre, come molti italoamericani, non voleva che suo figlio facesse il cantante e preferiva che si trovasse “un lavoro vero”, così il giovane Frank Sinatra si barcamenò tra gli impieghi più umili, tra cui persino lo scaricatore di porto. A noi piace immaginarlo sempre con il sorriso, a spostare bancali con una coppola in testa e in bocca una canzone, ma la sua giovinezza non deve essere stata sempre spensierata.

Il giovane Francis è bravo nelle imitazioni, al liceo fa il suo debutto e viene molto applaudito dai compagni di scuola, ma suo padre non lo capisce, tanto che a un certo punto lo caccia persino di casa. Frank si trasferisce a New York, ma non ha fortuna: il pregiudizio verso gli italiani è ancora più forte che nel New Jersey. Torna a Hoboken e decide che la sua voce vale un cachet. Non importa come né quanto ci vorrà: sarà il suo canto a dargli da mangiare.

Il suo idolo è Bing Crosby, anche lui figlio di immigrati, che ascolta sempre alla radio, e Sinatra sogna di diventare come lui. Comincia quindi a esibirsi nei locali pubblici, per paghe irrisorie (7 centesimi a settimana), ma si fa subito notare per la voce profonda e insieme giovane, caldissima e per la resistenza fisica (sostiene anche 20 spettacoli a settimana). Il suo bell’aspetto gli procura un discreto successo con le donne, ma nel novembre 1938 viene arrestato e trattenuto in carcere per diversi giorni a causa di un’accusa per molestie da parte di colei che poi diventerà la sua prima moglie, Nancy Barbato.

Frank Sinatra e le sue mogli

Frank Sinatra e le sue mogli. Da sinistra in senso orario: Nancy Barbato, Barbara Blakeley, Ava Gardner, Mia Farrow

Frank Sinatra e le donne: quattro matrimoni e molti flirt

Quando conobbe Nancy, Frank lavorava per il padre di lei e la madre Dolly voleva vedere il suo unico figlio “sistemato” con una brava ragazza italiana. Sappiamo che Frank iniziò a corteggiarla a 19 anni. Sulla denuncia, l’arresto e su come furono sistemate le cose le informazioni sono contrastanti (potrebbe trattarsi persino della barbara pratica del matrimonio riparatore, allora in uso in Italia), fatto sta che lei fu la madre dei suoi figli: Nancy, Frank Jr. e Tina. Il loro non fu un matrimonio felice: marito e padre assente, Sinatra era fagocitato dalla fama e le altre donne erano una tentazione alla quale raramente resisteva.

Frank Sinatra ebbe quattro mogli. Nove giorni dopo il divorzio con Nancy sposò Ava Gardner, con la quale conviveva già da due anni. Il loro matrimonio durò pochissimo, dal ’51 al ’53, ma divorziarono ufficialmente solo nel ’57. Dopo fu la volta di Mia Farrow, nel 1966. Anche questo matrimonio durò solo due anni, ma Frank e Mia ripresero a frequentarsi in seguito, tanto che in molti sostengono che il figlio di Mia Farrow e Woody Allen, Ronan, sia in realtà di Sinatra. Nel 1976 Frank Sinatra sposò Barbara Blakeley, ex moglie di Zeppo Marx, e lei gli rimase accanto fino alla morte. Frank però non smise mai di cercare di convincere Ava Gardner a tornare con lui.

Negli anni molti flirt sono stati attribuiti a Sinatra: tra le celebrità citiamo Lauren Bacall, Grace Kelly, Angie Dickinson e Victoria Principal. Durante i suoi viaggi in Italia ci fu chi sostenne anche una liason con Raffaella Carrà. Nessuno di questi flirt fu mai confermato; invece è vero che Frank corteggiò senza successo un’attrice italiana, la meravigliosa Virna Lisi, che conobbe sul set del film U-112 Assalto al Queen Mary.

Frank Sinatra e il suo Oscar

Frank Sinatra con l’Oscar come miglior attore non protagonista e nel ruolo di Angelo Maggio in “Da qui all’eternità”

Il premio Oscar Frank Sinatra

Certo, Frank Sinatra è il crooner più famoso di tutti i tempi. È “The Voice”, e questo dice già tutto. Ma in molti ignorano che Sinatra fu anche un acclamato attore e che vinse addirittura

BloodyEdith_logo

Bloody Edith: il vintage nuovo per donne vere

Il look vintage più autentico, quello ispirato agli anni Quaranta e Cinquanta, quello che prende forma guardando vecchi film in bianco e nero, ma che infonde tutta l’allegria e l’energia del technicolor. Sono gli abiti di Bloody Edith, stilista che disegna le proprie collezioni su autentici cartamodelli vintage, ma che realizza vestiti nuovi, non usati, e li rende pret-à-porter e accessibili a tutti. È il concept alla base del lavoro di Laura Distefano, la mente e anche il braccio dietro tutto questo progetto. Sono anni che noi di Les Folies Retro conosciamo Laura: anche noi abbiamo nei nostri armadi almeno uno dei suoi capi ciascuno…

 

Ciao Laura, presentati a chi non ti conosce.

Romana DOC ma trapiantata a Milano, dove ho inaugurato il mio primo atelier, sono l’ideatrice e stilista del marchio Bloody Edith, ispirato alla moda degli anni Quaranta e Cinquanta e dedicato all’unica costumista che nella storia del cinema ha vinto ben otto premi Oscar: Edith Head, di cui ho adottato il motto “Un vestito deve essere abbastanza stretto per mostrare che sei una donna e abbastanza lento per mostrare che sei una signora”. Disegno e mi occupo di ogni dettaglio della produzione dei capi, realizzati tutti completamente a mano in sartorie rigorosamente italiane.

Bloody Edith 2011-2012 - Photo by Daniela Pellegrini

Bloody Edith 2011-2012 – Photo by Daniela Pellegrini

Come definiresti il tuo lavoro?

In due parole: curioso e creativo. La volontà di offrire un prodotto unico non solo nello stile, ma anche nei materiali e nella fattura guida da sempre il mio lavoro. Dietro ogni modello c’è una certosina ricerca storica, tra cartamodelli e altri dettagli d’epoca. E c’è lo sforzo di proiettarsi nel passato per creare un prodotto originale ma in perfetta sintonia con il gusto di icone sofisticate come Ingrid Bergman e seducenti come Marilyn Monroe, per restituire alla donna il piacere di un capo fatto a mano, liberandola dalle tendenze imposte da un mercato della moda afflitto dall’omologazione dei prodotti in serie.

 

Come nasce il nome Bloody Edith e cosa indica?

Molti pensano che Bloody Edith sia il mio nome all’anagrafe, invece è chiaramente riferito alla storica costumista della Paramount, Edith Head appunto. Per quanto riguarda l’aggettivo “Bloody” preferisco mantenere il segreto. D’altronde in inglese questo termine ha un significato ambiguo. Mi piace pensare che Bloody Edith possa essere letto secondo diversi punti di vista.

Bloody Edith 2009-2010 - Photo by Daniela Pellegrini

Bloody Edith 2009-2010 – Photo by Daniela Pellegrini

Nel panorama vintage italiano Bloody Edith è ormai un marchio riconosciuto. C’è voluto molto per raggiungere questo traguardo?

Con il senno di poi posso dire che tutto è iniziato nel 2007, con la mia tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti Roma con indirizzo “Scenografia, Costume e Spettacolo”. Era dedicata proprio a Edith Head e alla moda negli anni Quaranta e Cinquanta. Ma la scintilla che acceso il progetto Bloody Edith è arrivata all’improvviso, un anno dopo, con un paio di pantaloncini: quelli indossati nel 1954 da Jane Wyman nel film Magnifica ossessione. Stavo preparando le valigie per il Kustom Weekend 2008 mentre in TV trasmettevano l’indimenticabile pellicola di Douglas Sirk. Fu allora che decisi di cucirmi un paio di shorts identici da sfoggiare al raduno toscano. Detto, fatto. Quegli hot pants fecero scalpore e così decisi di produrli e mettere a punto una prima collezione che mischiasse il fascino degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta al vantaggio di indossare un capo nuovo. Un vintage non usato, dove s’incontrano storia della moda e abilità sartoriale.

 

Bloody Edith non è solo vestiti per ogni giorno, ma anche abiti da sera… Come scegli i materiali e come disegni le linee per la donna elegante?

A dispetto della produzione in serie e dei tanti stilisti che si affannano a “svestire” le donne di oggi (costrette a strizzarsi in taglie da adolescenti anche quando sono andate ben oltre l’età della pubertà), scelgo di ispirarmi alle dive del passato cinematografico. Per donare alla donna un’eleganza che sia indiscutibile, che non ha bisogno di esporre il corpo femminile, ma che piuttosto punta a valorizzarlo. Nelle mie collezioni pret à porter compaiono gonne a ruota, shorts da pin up, maglioncini bon ton, abiti dalle fantasie floreali che rubano i colori alle Hawaii, giacche avvitate e pantaloni a vita alta come quelli della divina Greta Garbo. Per i materiali scelgo solo prodotti italiani e, quando è possibile, uso dettagli d’epoca originali.

Bloody Edith 2011 - Photo by Enrica Citoni

Bloody Edith 2011 – Photo by Enrica Citoni

Ci sono state persone che ti hanno chiesto di realizzare un capo unico per loro?

Si, certo! Sono tantissime le donne che per cui ho disegnato e realizzato un abito speciale. Cantanti, spose, attrici e ragazze che vogliono semplicemente ritrovare il gusto di indossare un capo pensato per loro e per un’occasione importante. Questo è certamente un lato molto stimolante del mio lavoro, perché mi porta a entrare in stretto contatto con le mie clienti, a conoscerle meglio per poter interpretare e realizzare i loro desideri di stile.

 

Com’è la donna che vesti idealmente? La donna Bloody Edith?

Le mie clienti sono difficilmente etichettabili. Senza dubbio amanti degli anni Quaranta e Cinquanta, rockabilly e ballerine di swing. Ma il vintage innovativo di Bloody Edith appassiona trasversalmente generazioni e classi sociali. Tante diverse categorie di clienti, che però hanno in comune l’attenzione alla qualità di ciò che s’indossa e il desiderio di infrangere i ritmi sfrenati dello shopping di oggi per incontrare la grande moda.

Bloody Edith 2008-2009 - Photo by Daniela Pellegrini

Bloody Edith 2008-2009 – Photo by Daniela Pellegrini

Quali sono le novità di Bloody Edith per quest’anno?

Ho appena spostato l’azienda da Roma a Milano e inaugurato il mio primo showroom

Zorita

Zorita: la prima bad girl del Burlesque

Nella storia del burlesque non ci sono solo leggiadre creature come Faith Bacon e Sally Rand o bellezze statuarie come Lily St. Cyr. L’eleganza altezzosa e lontana, a volte sognante e quasi favolistica di alcune performer contrasta con ciò che realizzò la prima naughty girl del burlesque: la spregiudicata Zorita.

Procace, provocante, piena di curve pericolose e idee originalissime, Zorita fu il simbolo della sensualità fatale e pericolosa.

Zorita e il suo inconfondibile look

Zorita e il suo inconfondibile look

Una ribelle all’inizio del secolo: nascita di Zorita

Youngstown, Ohio, 30 agosto 1915. Nasce Katherin Boyd, o Katryn Boyd. Zorita non ha mai chiarito il suo vero nome, né ha mai amato rivelare molto sulla sua vita privata. Addirittura anni dopo, quando venne arrestata a Toledo, il rapporto della polizia riportò come suo vero nome Ada Brockett. Non ci sono molte informazioni su ciò che la riguarda fuori dal palcoscenico. Sappiamo però che da bambina fu adottata da una coppia di metodisti e che già all’età di quindici anni lavorava come intrattenitrice nelle feste di addio al celibato e in una colonia nudista alla San Diego World’s Fair, per approdare infine al mondo del burlesque all’età di vent’anni, dopo essere stata notata a un concorso di bellezza.

Nonostante abbia sempre generato molto scalpore, non sappiamo molto dei suoi flirt né di ogni episodio di arresto. La documentazione su di lei è quanto mai scarna.

Zorita nel suo celebre numero "Half & Half"

Zorita nel suo celebre numero “Half & Half”

Zorita’s trademark: originalità e aggressività

Nel corso della sua carriera, Zorita passò ben presto dalle routine più classiche alle provocazioni e agli act più innovativi. A metà degli anni Trenta, creava molto scalpore la sua personalità decisa e ruvida, e di certo il suo giocare continuamente con la sessualità e i generi non passavano inosservati né venivano facilmente digeriti.

Uno dei suoi numeri più famosi è Half & Half, in cui, proprio ironizzando sull’identità di genere, era vestita a metà da sposo e a metà da sposa e procedeva in una magistrale danza con striptease che lasciava intendere l’attesa e il desiderio che si concretizzano in una prima notte di nozze. Il numero fu originariamente attribuito a Vernon Castle (il famigerato showman del duo Veron & Irene Castle portato anche sul grande schermo in un film con Fred Astaire e Ginger Rogers), ma la coppia di sposi Castle non si spinse mai oltre la performance di ballo.

Un altro act, divenuto un classico a cui diverse perfomer ancora oggi rendono omaggio, la vedeva di fronte a una gigantesca tela di ragno tempestata di cristalli. Dal buio spuntavano le inquietanti zampe di un ragno che, gradualmente, la privavano dei vestiti. Queste e molte altre idee fecero sì che Zorita raggiungesse una popolarità fulminea e destinata a rimanere nell’immaginario collettivo degli spettatori. Di certo sono riconoscibili i suoi “marchi di fabbrica”: su tutti i capelli corvini con due grosse ciocche biondo platino ai lati, un omaggio a Elsa Lanchester nel film La moglie di Frankenstein, per evocare un immaginario sensuale e orrorifico insieme. Qualche anno più tardi, seguendo ancora le tendenze dettate dalla Settima Arte, la sua chioma divenne tutta biondo platino, con un taglio di capelli che ricordava molto quello di Marilyn Monroe.

Zorita a passeggio con uno dei suoi serpenti e durante una performance

Zorita a passeggio con uno dei suoi serpenti e durante una performance

Zorita: la sposa del serpente

Ciò che senza alcuna ombra di dubbio caratterizza ancora oggi la figura di Zorita è la sua associazione con i serpenti. Il suo act più famoso, The Consummation of the Wedding of the Snake, che è possibile vedere all’interno del film I Married A Savage, la vedeva eseguire uno striptease sensualissimo mentre un boa consrictor vivo e lungo otto piedi le si avvolgeva intorno al corpo. In seguito Zorita utilizzò i serpenti in quasi tutti i suoi show, coordinando i suoi movimenti con quelli sinuosi dei suoi due rettili, un boa e un pitone, che chiamò Elmer e Oscar.

Celeberrime le foto che ritraggono mentre ne porta uno a passeggio, come fosse un cagnolino al guinzaglio.

Il suo comportamento verso questi due serpenti le causò problemi con la legge: nel febbraio 1949 fu arrestata per i consueti problemi di buon costume. Quello che doveva essere un arresto ai fini di censura, portò a scoprire dell’altro e le procurò un’accusa molto pesante di crudeltà sugli animali. Sua figlia Tawny, che a neanche due anni venne immortalata mentre giocava con il pitone, dichiarò alla polizia di non aver paura dei serpenti in casa, in quanto sua madre li teneva chiusi in un cassetto, come un qualunque altro indumento di scena. L’accusa ufficiale fu che la performer incollava la bocca dei suoi serpenti prima di ogni performance. Zorita venne rilasciata pagando una cauzione di 1.500 dollari, ma i suoi serpenti le furono confiscati.

Zorita nella sua versione biondo platino

Zorita nella sua versione biondo platino

La carriera di Zorita: controversa fino alla fine

Oltre a I Married A Savage, le incursioni di Zorita sul grande schermo furono diverse. Tuttavia la starlette non tentò mai davvero la carriera d’attrice. Per lo più i suoi ruoli la videro trasporre le sue performance o la sua stessa personalità al cinema in altri tre film: Naughty New York, Judy’s Little No No e Revenge is My Destiny. Fu poi la volta di Lenny, il meraviglioso biopic diretto dal leggendario Bob Fosse, ma il suo ruolo come proprietaria di un nightclub non finì nei credits ufficiali della pellicola.

Del resto anche quella piccola parte non raffigurava altro che ciò che Zorita era nella realtà: dal momento in cui lasciò

Half Moon Manicure

Half Moon Manicure: cos’è e come realizzarla

Sono in molti a pensare che la Half Moon Manicure sia un trend di questi ultimi anni. In realtà questa particolare versione della nail art è nata negli anni Venti e ha conosciuto particolare “successo” nel decennio successivo, per poi tornare prepotentemente in auge negli anni Cinquanta.

Come mai, allora, è tornata di moda proprio oggi? Ovviamente la trend setter è stata lei: nostra signora dello stile retro riportato ai giorni nostri Dita Von Teese. Da quando Dita ha sfoggiato una perfetta Half Moon Manicure rossa sui red carpet, nei servizi fotografici, e ovviamente sul palcoscenico dei suoi Burlesque Show, è stata immediata tendenza.

Addirittura la regina del Neo-burlesque ha lanciato, con la Kiss, le Dita Von Teese Nails: unghie finte già dipinte con la Half Moon Manicure.

Half Moon Manicure: Dita Von Teese

Half Moon Manicure: che cos’è

La Half Moon Manicure è anche detta Gatsby Manicure o Cuban Manicure. O ancora, di recente sono in molti a chiamarla French Reverse Manicure.

Si tratta di una nail art molto elegante e dal sapore vintage che prevede una lunetta in evidenza alla base dell’unghia anziché sulla punta. Quella più classica vuole una lunetta bianca o lattescente e uno smalto rosso lacca sul resto dell’unghia, ma ormai ne esistono moltissime varianti. La nail art sta fiorendo in questi anni, quindi la Half Moon Manicure si è arrichita nel tempo di glitter, disegni, doppia lunetta e quant’altro. O ancora, i colori si sono moltiplicati, fino a renderla assolutamente moderna e pop.

Ovviamente la nostra preferita è quella classica, che ben si sposa con qualsiasi look, ma che è perfetta per chi ama come noi lo stile retro.

Half Moon Manicure: alcune varianti

Half Moon Manicure: come realizzarla

La realizzazione della Half Moon Manicure è semplicissima. Dapprima si eseguono tutte le operazioni di una normale manicure, sistemando le cuticole, sgrassando e limando l’unghia, idratando la pelle. Poi si stende una base trasparente. A questo punto si procede prima al colore della lunetta: basterà passare una o due volte, a seconda della coprenza, lo smalto bianco o meglio ancora lattescente. Il colore si deve lasciare asciugar molto bene. Se state utilizzando questa proceduta per una manicure con smalto semi-permanente, cuocete bene lo strato chiaro nella lampada fornetto UV.

Quando lo smalto chiaro è completamente asciutto, si applicano le lunette per la French Manicure alla base dell’unghia. Ma per un look accurato, sono in molti a utilizzare dei comunissimi salvabuchi adesivi, acquistabili in qualunque negozio di cancelleria: la curva dei salvabuchi è più adatta alla base dell’unghia.

Sulla parte dell’unghia che resta scoperta, si fanno due passate di smalto rosso, si lascia asciugare bene (o si cuoce) e si rimuovono le lunette adesive.

Per completare bene il tutto, potete stendere un top coat.

Faith Bacon

Faith Bacon: dietro i ventagli

 

Storie eccezionali, per lo più di donne, racconti di vita di ineguagliabile potenza evocativa. Ecco di cosa si compone la storia del Burlesque. Dietro una forma d’arte ci sono sempre storie di persone che, smessi i succinti abiti e sciolto il make-up di scena, non sono diverse da tutti noi. Dietro i lustrini e tutto questo scintillare, capita che ci siano donne delicate, personalità assai sensibili, fiori delicati che il mondo ammira senza coglierne mai la vera essenza.

Questa è la storia della bellissima Faith Bacon, “la donna più bella de mondo” secondo nientemeno che Florence Ziegfeld. Una ragazza che iniziò la sua carriera molto presto, con la creatività dei veri innovatori, che codificò alcuni tra i più importanti e più amati act del burlesque classico e che, dietro quelle meravigliose piume di struzzo, nascondeva un’anima fragile.

 

Faith Bacon, la performer che inventò la Fan Dance

Nata a Los Angeles il 19 luglio 1910 da una coppia-scandalo per quei tempi (sua madre Charmion era già in attesa di lei quando sposò Francis Page Bacon), iniziò la carriera di performer e danzatrice da giovanissima, già negli anni Venti, dopo aver visitato Parigi e aver deciso, senza aver avuto alcuna preparazione artistica precedente, di dedicarsi a queste forme d’arte. Tornata negli States, lavorò immediatamente sia a Broadway che presso i teatri di Ziegfeld.

Fu lei, e non come erroneamente si crede Sally Rand (che divenne famosa negli anni Trenta) a inventare la Fan Dance, la romantica danza con dei grandi ventagli di piume di struzzo.

La storia è ben documentata. Una delle prime scritture di Faith a Broadway fu con il grande produttore Earl Carroll, nei famosi spettacoli Vanities, Fioretta e Sketch Book. Carroll era ben noto per le sue provocazioni all’allora vigente Proibizionismo. A quel tempo era consentito mostrare delle nudità femminili su un palco solo a patto che le ragazze fossero immobili, come un tableau vivant. Il nudo era ascrivibile alla forma d’arte pittorica, così mostrato. Ma a Carrol questo non poteva bastare, e in Vanities ostentava ragazze completamente nude che si esibivano in piroette e capriole per tutto il perimetro del palco. A volte le faceva immergere in vasche da bagno piene di alcolici, illegali durante il Proibizionismo. Si racconta che, dopo l’ennesimo avvertimento ignorato del New York District Attorney, un poliziotto fece irruzione sul palco tentando di coprire una starlette con una coperta, lei si liberò e corse nuda fuori, con risultati esilaranti da pantomima di film muto.

Fu allora che a Faith Bacon venne un’idea, come riportato da una lettera che scrisse allo stesso Earl: “Caro Carroll, perché non mettiamo in piedi un numero in cui mentre mi muovo sono coperta e quando mi fermo sono scoperta? Per esempio, poniamo che l’orchestra stia suonando un walzer. Io danzo per il palco e poi, a ogni terzo accordo la musica si ferma e io mi blocco, immobile e nuda”. Estasiato, Carroll le chiese con cosa avrebbe potuto velarsi durante i movimenti e Faith suggerì le piume di struzzo.

Faith Bacon e i suoi ventagli di piume

Faith Bacon: problemi con la giustizia… e non solo

La fan dance fu un successo immediato, e Faith Bacon, con le produzioni di Carroll, la portò in tour per tutti gli Stati Uniti, creando ovunque un grande scalpore. Uno show di luci fu aggiunto alla sua performance, come se la accarezzassero (anche troppo sensualemente) mentre era ferma e nuda. Il 9 luglio 1930, la polizia fece irruzione durante lo spettacolo al New Amsterdam Theatre, e arrestò Faith, Carroll e larga parte del cast per “aver dato una performance indecente”. Dopo il raid, con il processo ancora in corso, alcune modifiche furono applicate all’act. Carroll decise che Faith avrebbe dovuto indossare un velo di chiffon durante il numero, e non essere completamente nuda. La Fan Dance continuò la sua tournée fin quando la giuria non dichiarò colpevoli sia il produttore che la starlette. La compagnia si sciolse e Faith Bacon venne scritturata nelle Ziegfeld Follies dal giugno al novembre 1931.

Ma la giustizia non era il solo nemico: nel 1933 Bacon si recò a Chicago alla World’s Fair dopo aver appreso che un’altra performer, sua rivale, avrebbe eseguito una Fan Dance. Sally Rand aveva reso meno esplicita la sua performance, servendosi tra l’altro di separé e non mostrando mai il suo corpo nudo (in seguito sostenne anche di aver indossato una tuta aderente color carne) e aveva fatto propri alcuni movimenti, come si vede nel celeberrimo video della World’s Fair dell’anno successivo. Faith Bacon si presentò alla competition come “The Original Fan Dancer”, ma fu infine Sally Rand a diventare la più famosa fan dancer, e per alcuni ne divenne persino l’ideatrice.

Faith Bacon Burlesque performer

Faith Bacon e il declino di una star

Dopo la World’s Fair del ’33, la carriera di Faith Bacon iniziò un inesorabile declino. La contemporanea ascesa di Sally Rand fece indurire molto il suo carattere: Faith arrivò ad affermare che anche la Bubble Dance fosse una sua idea rubatale dalla rivale Sally. La sua reputazione di “diva difficile” fece il giro di tutti i teatri.

Nel 1936, all’interno dello show Temptation, Faith Bacon appariva nuda all’interno di una teca di vetro, al Chicago’s State-Lake Theater. Il suo ruolo rappresentava la tentazione della bellezza. Un supporto del sipario si staccò e andò a rompere la teca di vetro. Molte ragazze fuggirono urlando, ma Faith si rialzò, con le gambe notevolmente ferite, e continuò a danzare. La vista di quella bellezza nuda coperta di sangue scioccò l’intera audience. La diva fu portata in ospedale, dove rimase per oltre un mese. Tornata sulle sue gambe, con cicatrici evidenti che non sarebbero più sparite, le ci vollero mesi prima di poter tornare a esibirsi.

La sua carriera era ormai segnata, e Bacon fece causa al società che gestiva il teatro per 100.000 dollari. Ne ottenne solo 5.000 e li spese in

Ori O' Hair

Ori O’: la storica dell’acconciatura

Nella creazione di un total look, certamente i capelli hanno un’importanza fondamentale. Specialmente quando ci addentriamo nel mondo del vintage e del wedding, l’acconciatura dei capelli fa davvero la differenza tra chi sta improvvisando e chi fa sul serio.

Ori O’, acconciatrice professionista, è colei che ha fatto di questa sfuggente ma sostanziale differenza il marchio di fabbrica per il suo mestiere. Da anni acconciatrice, make-up artist e insegnante (come si vede sul suo sito), Ori O’ vanta numerosissime collaborazioni e una larga esperienza, tanto nel mondo dello spettacolo quanto in quello dei servizi per il matrimonio.

Noi di Les Folies Retro abbiamo avuto diverse volte il piacere di collaborare con Orietta (questo il suo nome all’anagrafe), sia per acconciature realizzate per i nostri show e servizi fotografici, sia perché Ori O’ è una degli ottimi docenti nei nostri corsi e nei workshop di burlesque.

Per presentarvela, e per lasciare che anche voi possiate godere di un pizzico della sua vasta conoscenza dell’acconciatura storica e vintage, abbiamo fatto questa piacevole chiacchierata.

 

Ori O’, chi è e cosa fa?

Sono una libera professionista, una look maker specializzata in acconciatura, che lavora in vari settori quali la moda, il teatro e spettacolo in genere, e il settore wedding. Tengo anche workshop di vario tipo. La mia prima formazione è stata da parrucchiera. Vengo dalla gavetta e dall’esperienza trasferitami da mia madre che aveva un suo salone. Ho imparato dapprima direttamente sul campo e poi con lei ho frequentato dei corsi, ma l’acconciatura è sempre stata il mio pane quotidiano. In seguito ho anche studiato e approfondito, ma soprattutto da giovane ho respirato quell’aria e metabolizzato.

 

Alla fine però hai scelto di occuparti di un settore molto specifico…

Ho scelto la mia strada, quella più vicina al mio modo di essere, orientata all’aspetto meramente creativo della professione. Perché abbia scelto proprio l’acconciatura è difficile spiegarlo, quando c’è alle spalle non una scelta ragionata, ma la necessità di seguire un istinto, una passione. Già da giovanissima, in negozio, chiedevo di fare acconciature anziché tagli. Quando capisci che questa è la tua vera passione, hai voglia di studiare, di concentrarti, e poi espanderti. Di creare qualcosa di tuo, partendo però dalla storia, dalla tradizione, che è stata poi la mia base.

Ori O' Hair acconciature vintage

Acconciature vintage by Ori O’ Hair. Servizio moda e catalogo Bloody Edith. Photo by Alex Comaschi e Daniela Pellegrini

Infatti la tua peculiarità è la precisione nelle acconciature vintage…

L’acconciatura è qualcosa che è stata codificata a livello tecnico nell’Ottocento e nel Novecento. Le acconciature a quel tempo erano molto strutturate. C’erano ricerca di perfezione e voglia di stupire. Se fossi solo rimasta figlia del mio tempo, se avessi solo risposto a una domanda di stile da parte della clientela degli anni Ottanta e Novanta, sarei rimasta su cose destrutturate e “spettinate”.

 

Come mai da quegli anni l’acconciatura si è andata sempre semplificando?

L’acconciatura si può anche leggere come qualcosa di sociologico, legato allo stile di vita che la donna conduce. Negli anni ‘80 e ‘90 la donna era sempre più impegnata, c’era la donna manager, e quindi anche per i capelli si cercava qualcosa di sempre più veloce. Mentre negli anni ’50 e ‘60 si investiva molto più tempo nella cura dell’estetica. Per me quegli anni sono stati riferimenti importanti per comprendere le tecniche.

 

Come hai iniziato ad acconciare in stile vintage?

Per me era una fonte di studio e di ispirazione, ma anche di gioco. Mi divertivo a capire attraverso i film, per esempio. La curiosità aumentava, e quindi ho voluto contestualizzare ciò che imparavo ai corsi. Mi sono appassionata a film d’epoca e film in costume, che potevano offrirmi uno spunto e uno stimolo in più.

Ori O' Hair per il cinema

Ori O’ Hair per il cinema. Da destra a sinistra: “Echo Hotel” progetto cinematografico di Marco Marchionni e Menotti, Chiara Mastalli per Maxim – photo by Tania Alineri, “Madame & Monsieur” – cortometraggio, scritto e diretto da Eleonora Albrecht

Al mondo del cinema, e dello spettacolo in genere, sei tornata come professionista…

Questa passione mi ha portato a lavorare alle acconciature di cortometraggi e progetti cinematografici. Spesso vengo chiamata per acconciare attrici per servizi fotografici per importanti riviste. Ho svolto dei lavori per il Teatro dell’Opera di Roma, anche su parrucche e cappelli, qualcosa di veramente suggestivo, soprattutto perché ho dovuto studiare acconciature d’epoca estremamente elaborate, degli autentici capolavori che dovevamo riprodurre.

 

Un altro settore in cui sei molto richiesta è quello dei matrimoni.

Quello del matrimonio, oggi, è il settore in cui è più facile avere la possibilità di realizzare acconciature in modo creativo. La sposa chiede in quel giorno di avere capelli perfetti e un’acconciatura che non usa tutti i giorni. La donna moderna, nel quotidiano, ha i capelli poco acconciati, ma il matrimonio è un giorno speciale, e ci si vuole vedere speciali.

 

Cosa ti chiedono maggiormente le spose oggi?

Mi chiedono di non essere eccessivamente stravolte, il che è una sfida, poiché contrasta con quanto ho appena detto. Si cerca allora di creare qualcosa di ricercato, che però, non essendo mai standardizzato, risponde alle esigenze della sposa.

Ori O' Hair: acconciature sposa

Acconciature sposa by Ori O’ Hair: servizi moda pubblicati da Sposa moderna, photo by Tania Alineri

Tu su cosa ti basi per realizzare l’acconciatura di una sposa?

Cerco sempre di capire empaticamente il mood della cerimonia, i gusti della persona, e anche il suo modo di essere nel quotidiano. Da lì cerco di trovare una soluzione che possa essere ricercata, sofisticata, ma allo stesso tempo che riesca a far sentire la persona a proprio agio. Non vanno più di moda cose estremamente laccate o rigide, ma volumi leggeri e morbidi, delle forme ondulate e soffici.

 

Ti è capitato di acconciare per matrimoni a tema?

Sì, soprattutto a tema vintage, ma c’è da fare una premessa. Anche nelle acconciature che vediamo