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Burlesque

Matrimonio burlesque: Manuela e Francesco

Matrimonio burlesque: Manuela e Francesco

I matrimoni a tema sono quelli che noi preferiamo. Hanno un’identità che solitamente unisce le passioni dei due sposi, parlano di loro più di mille parole. Per questo siamo letteralmente impazziti quando una coppia di sposi ci ha contattato perché stava organizzando un matrimonio in stile vintage. Di più: molte caratterizzazioni ne facevano proprio un matrimonio burlesque!

Manuela e Francesco sono amanti dello stile retrò… a chi altri avrebbero potuto rivolgersi?

“Conoscevo Les Folies Retro perché ero andata a vedere uno show di fine corso base della scuola di burlesque”, racconta Manuela quando le chiediamo come ha pensato a noi. “Poi, organizzando il matrimonio, ho conosciuto Vanessa Filippi tramite Magnolia Eventi, che ha curato l’allestimento e il catering. Mi sono detta che il mondo è piccolo!”.

Matrimonio burlesque

Photo by Giuseppe Fantini & Simone Pierucci

Matrimonio burlesque: un tema poco convenzionale

Il Vintage Wedding è uno dei quattro trend che saranno presentati a Fall In Love, il primo happening sul matrimonio creativo a Roma. Ma sebbene sia un tema che va sempre per la maggiore, non ci aspettavamo che addirittura una sposa volesse andare nell’ambito specifico del burlesque. “Il tema l’ho scelto perché studio il burlesque e mi piace”, spiega Manuela. “Sul retrò non c’è mai stato dubbio perché sia a me che a mio marito piace lo stile vintage, in realtà più un pop anni ’50. Con Andrea Notarberardino alla creazione degli allestimenti, Magnolia ha ricreato uno stile retrò più ricercato. Sono molto soddisfatta. Avevo suggerito ad Andrea degli elementi, come piume, perle… Abbiamo deciso la composizione del tavolo insieme, ma tutto il resto è stato una sorpresa, ed è stato meglio di quanto immaginassi!”.

E anche Francesco, lo sposo, è stato molto soddisfatto del tema vintage. “Anche a lui piace lo stile retrò e un look generale più sofisticato ha accontentato entrambi, soprattutto perché era più adatto al matrimonio”.

Matrimonio burlesque

Photo by Giuseppe Fantini & Simone Pierucci

Les Folies Retro e l’intrattenimento a un matrimonio burlesque

Chiaramente Les Folies Retro è stata essenziale per arricchire il matrimonio del giusto intrattenimento a tema. “La giornata è andata benissimo”, continua a raccontare Manuela. “Prima si è svolto un rito simbolico, con il cerimoniere di Les Folies Retro. Nella villa dell’Agrivillage c’è una quercia secolare e il rito si è svolto lì sotto. Abbiamo scelto il rito della luce e pronunciato le nostre promesse, sono state molto emozionanti”.

Dopo l’emozione dei due sposi che si congiungono, si passa al divertimento! “Inés Boom Boom è stata spettacolare, è piaciuta a tutti gli ospiti!”, dice Manuela. “Ci ha coinvolto tutti sin dall’aperitivo. Ho ballato tutto il tempo, non ho quasi toccato cibo! Dopo la cena, il dj Coppola Joe, ci ha accompagnato con la sua musica, mi sono divertita da matti!”.

A un matrimonio ci sono anche dei momenti che coinvolgono gli invitati, come il lancio del bouquet e della giarrettiera. “Nel momento della giarrettiera, ho voluto improvvisare dei piccoli numeri burlesque con le mie amiche. Era una sorpresa, sia per Francesco che per gli invitati. Ho comprato i ventagli di piume, le mie amiche hanno tolto il guanto mentre io improvvisavo una fan dance. Alla fine Francesco mi ha tolto la giarrettiera. Dopodiché abbiamo ballato e tutti si sono divertiti moltissimo”.

Matrimonio burlesque

Photo by Giuseppe Fantini & Simone Pierucci

L’importanza di un’organizzazione perfetta

Quando una sposa si avvicina al grande giorno, l’ansia crescente si fa sentire. Ma affidandosi a professionisti che organizzano eventi da molto tempo, molte preoccupazioni magicamente svaniscono. Così è stato per Manuela e il suo matrimonio burlesque: “Ho un amore profondo per Vanessa Filippi”, dichiara la neo sposa sulla nostra direttrice artistica. “È stata bravissima sia ad organizzare che a togliermi un gran numero di ansie. Mi ha dato moltissimi consigli, è stata davvero molto disponibile”.

Non dimentica nessuno, la dolce Manuela, nemmeno il fotografo Giuseppe Fantini e i suoi assistenti, che le lasceranno i ricordi indelebili del Grande Giorno.

“Il fatto è che non è più come i matrimoni di una volta, dove ti siedi, ti gonfi di cibo e ti annoi persino. Noi ci siamo divertiti moltissimo”, conclude con grande entusiasmo. “È stato emozionante, elegante: la villa, il cibo, la musica… Ho ricevuto complimenti per giorni e giorni. E ancora se incontro qualcuno che c’era, mi fa i complimenti. Tutti questi ringraziamenti sono sinceri perché è stato migliore delle aspettative. Mi sposerei altre cento volte per poterlo rivivere!”.

Dixie Evans

Dixie Evans: la Marilyn Monroe del Burlesque

Tra le tante star del burlesque di cui vi raccontiamo periodicamente la vita, ce n’è una che ha dato moltissimo al mondo glitterato dell’arte del teasing. Una donna che verrà ricordata nel tempo, poiché è grazie a lei se oggi esistono un museo e un archivio, è grazie a lei se questa forma di espressione effimera può veramente essere ricordata come merita. Dixie Evans non cercò, al contrario di molte sue colleghe, di sfondare nel cinema o essere qualcos’altro oltre a una burlesque performer. Non si diede al canto o alla danza, non finì su riviste di gossip per i tanti matrimoni. Fu una exotic dancer, e fu la fondatrice della Burlesque Hall of Fame, il museo no-profit del burlesque con la missione di “preservare, celebrare e ispirare l’arte del burlesque nel mondo”. Da questo luogo incredibile è nato uno dei premi più prestigiosi al mondo: Miss Exotic World, fondato dalla stessa Dixie. Ma andiamo con ordine: “sit back and relax”, perché stiamo per raccontarvi la storia di Dixie.

Dixie Evans

Dixie Evans in azione

Una come tante altre: l’infanzia di Dixie Evans

La vita di Mary Lee Evans, che poi divenne Dixie adottando il nome di sua nonna, avrebbe potuto essere facile e agiata. Nacque a Long Beach, in California, il 28 agosto 1926, da un businessman che lavorava nell’industria del petrolio, Roy Evans, e da una donna che discendeva da ricche famiglie francesi e dalle prime casate americane, Annie LeGrand. Nelle interviste, una volta famosa, Dixie Evans scherzava molto su questo: “Mi piace giocare sul fatto che sono nata dall’aristocrazia e poi sono finita a fare la spogliarellista!”. Il fatto è che suo padre rimase tragicamente ucciso in un incidente quando la piccola Mary Lee aveva solo sette anni, e sua madre rimase completamente sola a crescere i suoi due figli. Sopraggiunse la Grande Depressione e fece il resto: senza suo marito accanto in grado di risollevare gli affari di famiglia, le finanze si esaurirono ben presto. Dixie pertanto non divenne una delle tante biondine viziate; al contrario imparò ben presto a conoscere il valore del denaro e del lavoro. Fu una ragazza come tante, che sognava di arrivare a Hollywood, ma era anche molto ingenua sui meccanismi che avrebbero potuto condurla fin là. Lavorò nei luoghi più disparati sin da adolescente: un ospedale cattolico, una base militare, persino un campo di sedano. A sedici anni aveva già lasciato il liceo per iscriversi a classi di danza e per unirsi alla fila chiamata The Orchidias de Hollywood. Con questo corpo di ballo giovanile ebbe le sue prime esperienze “esotiche”, girovagando in tour che la portarono in Messico, quindi si unì alla Moonie Dancers, che giunsero in Alaska. Il lavoro le era necessario per vivere, e non sempre le faceva calcare la scena: potè esibirsi con il Clyde Betty Circus e poi finì a fare l’inserviente di scena a San Francisco. Ma da quel retroscena la sua determinazione la portò ad esibirsi nel suo primo numero da solista allo Spanish Village.

Dixie Evans

Tre delle pose più tipiche di Dixie Evans

Dixie Evans sulle orme di Marilyn

Quel primo, acerbo act portò Dixie Evans a lavorare sempre più. La ragazza doveva migliorare, ma aveva talento e determinazione da vendere. Fu così che fu scritturata dal Follies Theatre di Los Angeles, dove incontrò coloro che sarebbero diventati la sua manager e il suo costumista, rispettivamente Lilian Hunt e Gussie Gross. In seguito Lilian inserirà il più famoso act di Dixie Evans nel film di montaggio Too Hot to Handle, e Gussie provvederà al suo scintillante guardaroba. Tra un’idea e l’altra, Dixie giunse all’inizio degli anni Cinquanta lavorando nei luoghi più disparati. I teatri stavano vivendo una fase negativa, per cui lei stessa racconta di essersi esibita per lo più nei club e nei nightclub. Ma il suo curriculum dell’epoca vanta anche luoghi come il President Follies di San Francisco, il Rialto Theatre di Chicaco e soprattutto il Minsky’s a Newark, in New Jersey. E fu proprio uno dei celeberrimi fratelli ad andare a trovarla in camerino una sera per dirle che, data la sua somiglianza con la più grande star del cinema del momento, l’avrebbe chiamata “la Marilyn Monroe del Burlesque”. Dixie non era convinta: “Mr. Minsky, oggi tutte somigliano più o meno a Marilyn Monroe”, gli rispose. Ma Minsky, grande impresario con il pelo sullo stomaco, aveva già pronto un manifesto in cui il viso di Dixie si intravedeva, il nome Marilyn Monroe era scritto a caratteri cubitali, e a lettere molto più piccole si aggiungeva “of Burlesque”. Era chiaro che la decisione era già stata presa. Ma da quella intuizione Dixie Evans tirò fuori un personaggio indelebile, un repertorio-tributo che ancora oggi viene ricordato e imitato. Iniziò a studiare la caratteristica camminata di Marilyn, ogni suo gesto o movenza, persino il suo modo di parlare, che adottò in pubblico. I suoi act erano parodie di Marilyn Monroe… almeno fino alla sua morte. Dopo quel tragico 5 agosto 1962, a Dixie Evans parve un sacrilegio continuare a parodiare una stella che lei, in fondo, amava moltissimo e ammirava con tutto il cuore. Una donna che le aveva permesso di ottenere grande fama. Dal giorno successivo le parodie si trasformarono in omaggi, e i numeri comici divennero eleganti amarcord della diva che fu Marilyn.

Dixie Evans omaggia Marilyn Monroe

Dixie Evans omaggia Marilyn Monroe nel suo act ispirato al film “il Principe e la Ballerina”

Dixie Evans, l’imprenditrice

Intanto però, in quella dozzina di anni, Dixie Evans viaggiò in lungo e in largo negli Stati Uniti, esibendosi soprattutto a St. Louis, Chicago, Detroit, Buffalo, e Austin. Al Place Pigalle di Miami Beach fu scritturata per sei anni di fila, durante i quali lavorò senza mai un giorno di pausa. Fu

Josephine Baker

Josephine Baker: la prima Venere nera

Questa è la storia di una donna eccezionale e di un’artista fuori dal comune. Una donna forte e fiera, che dalla miseria più assoluta si è alzata in piedi ed è risalita, fino a raggiungere le stelle. Una showgirl che ha fatto della sua arte un veicolo per i diritti civili. Josephine Baker è ancora oggi un’ispirazione per molte donne e molte artiste, e dovrebbe esserlo ancor di più per tutto quello che ha fatto in difesa della libertà e dell’uguaglianza.

 

L’infanzia miserabile di Josephine Baker

Nata a Saint Louis, in Missouri, il 3 giugno 1906, Freda Josephine McDonald dovette fin da piccolissima confrontarsi con le difficoltà della vita. Portò il cognome di sua madre, Carrie McDonald, poiché suo padre, il batterista di vaudeville Eddie Carson, le abbandonò un anno dopo la nascita della bambina. Forse fu per la ferita mai rimarginata che mamma Carrie scoraggiò sempre i sogni artistici che nella piccola Freda si manifestarono già in tenera età. Ma durante quel primo anno di vita, la bimba respirò l’aria del backstage, dal momento che Carrie ed Eddie avevano insieme un act di musica e danza e non potevano permettersi una babysitter.

L’infanzia di Freda fu caratterizzata da malnutrizione e stracci di seconda mano. La piccola cantava agli angoli delle strade per pochi centesimi. A otto anni iniziò a lavorare come ragazza alla pari nelle case dei bianchi di St. Luis, ma quando fu severamente punita per aver messo troppo sapone nel bucato (la padrona di casa le bruciò una mano) se ne andò. Era giovanissima, ma intelligente: fin da subito nella sua mente furono chiari i concetti di ingiustizia e discriminazione razziale. Mai Josephine Baker si sentì inferiore a un altro essere umano. Quell’atto di ribellione fu solo l’inizio di una statement life vissuta pienamente. Nel frattempo i rapporti con sua madre iniziavano a logorarsi. La relazione fra le due donne era a dir poco difficile. A tredici anni Josephine aveva iniziato a esibirsi in qualche club, viaggiava e portava a casa soldi e regali, ma sua madre e sua sorella ridicolizzavano a tal punto la sua vena artistica che la giovane, quando sua sorella morì, non tornò a St. Luis per il funerale, anche se coprì le spese con i suoi guadagni.

Josephine Baker: Banana Dance

Dall’elemosina al palcoscenico

Josephine era tornata a scuola, ma solo per poco tempo. La povertà esigeva che si guadagnasse da vivere, il rapporto con sua madre si consumava. Ben presto fuggì di casa, si guadagnò da vivere esibendosi a cappello e raccogliendo lattine dall’immondizia. Sempre a tredici anni iniziò a lavorare come cameriera al The Old Chauffeur’s Club, e intanto continuava ad esibirsi in strada. Ai passanti piaceva, i centesimi si tramutarono in quarti di dollaro e qualcuno la notò. A quindici anni ottenne la sua prima scrittura in un vaudeville, il St. Luis Chorus. Da lì ai tour per quella che era una vera e propria Reinassance del Vaudeville il passo fu breve: il Plantation Club a New York City, le riviste di Broadway Shuffle Along e The Chocolate Dandies. Era la ballerina di fila più pagata nel vaudeville, nonostante non riuscisse a ricordare le coreografie. Si esibiva nell’encore, una posizione riservata agli artisti di colore: facce buffe e numeri di destrezza, ma eseguiti con forti elementi comici (celeberrime le sue espressioni facciali). Le “Black Face Comedies” erano proprio ciò che sua madre disapprovava e il divario fra le due si faceva sempre più incolmabile. Per questo non ci fu nulla che fece voltare indietro Josephine Baker quando le fu chiesto di andare ad esibirsi a Parigi.

 

Parigi: la nuova casa di Josephine Baker

Il 2 ottobre 1925 debuttò al Théâtre des Champs-Élysées lo spettacolo che la rese una diva: La Revue Nègre. Nella libertina Parigi degli anni Venti, la sua danza a seno nudo la fece diventare istantaneamente un idolo esotico. Dopo il tour in tutta Europa e il clamoroso successo della rivista, Josephine Baker tornò a Parigi, stralciò il suo contratto e venne scritturata da Les Folies Bergères, dove ebbe la più piena libertà creativa e gettò le basi per quello che sarebbe stato il suo stile peculiare. Con indosso poco più di un gonnellino fatto di banane, Josephine esordì nel suo act Danse Sauvage, che diventerà una delle immagini più iconiche della contemporanea Art Deco.

Miss Baker era ormai una stella che nessuno poteva oscurare. Legioni di ammiratori le dichiaravano il loro amore, gli artisti facevano a gara per immortalarla. Ernest Emingway la definì “la donna più sensazionale che chiunque potrà mai vedere”, Pablo Picasso la descrisse come la donna dalle “gambe paradisiache, gli occhi di ebano e il sorriso dove tutti gli altri sorrisi vanno a morire”. Divenne una musa per Christian Dior e F. Scott Fitzgerald. In quegli anni nacque la sua canzone più popolare, J’ai deux amours, e anche il cinema si accorse di lei. Il debutto sul grande schermo arrivò con un piccolo ruolo non accreditato nel 1924, nel film A Son of Satan, poi fu la volta di Die Frauen von Folies Bergère nel 1927. Qualche altro ruolo di medio rilievo, nello stesso anno, come quello ne La sirena dei Tropici e ne La Revue des Revues, e finalmente nel 1934 arrivò il film che segnò una svolta nella storia della Settima Arte. Con Zou Zou per la prima volta una donna di colore riceveva il ruolo da protagonista in una grossa produzione. Seguì La principessa Tam Tam, l’anno successivo, e il successo planetario insieme all’immortalità.

 

Uomini e amori vari: la vita sentimentale di Josephine Baker

Se a tredici anni Josephine aveva rapporti difficili con sua madre, il motivo non stava solo nella disapprovazione del mestiere che aveva intrapreso. Mentre si esibiva nei locali di St. Luis, si sposò a soli tredici anni con un certo Willie Wells, da

Bettie Page

Bettie Page: la regina delle pin up

Al giorno d’oggi si fa abuso di molte espressioni. Parole come “capolavoro”, “geniale” o “regina” vengono spese con gran facilità e spesso a sproposito. Siamo però certi di non sbagliare a definire Bettie Page la regina incontrastata delle pin up di ogni epoca. Con il suo sorriso da ragazzina, le curve mozzafiato e la capigliatura corvina, Bettie è diventata un’icona, qualcosa di immortale e sempre giovane nell’immaginario comune. La sua storia è nota, ma è anche infarcita di aneddoti leggendari, di miti, e di molta tristezza. Come molte altre donne entrate nel firmamento delle star, Miss Page ha avuto una vita di luci e ombre, e da sola, valorizzando ciò che aveva, ha cambiato la sua vita, dalla povertà alle stelle come una principessa delle favole. Che però, invece di ampie vesti colere del cielo, indossava regicalze e brandiva frustini.

 

Bettie Page, la ragazza modello

Seconda di sei figli, tre maschi e tre femmine, Bettie Mae Page nacque a Nashville, in Tennessee, il 22 aprile 1923. All’anagrafe registrarono erroneamente il suo nome con la Y, Betty, ma il certificato di battesimo indica “Bettie”. I suoi genitori, Walter Roy Page & Edna Mae Pirtle, divorziarono quando lei aveva dieci anni. Il padre molestava le tre figlie femmine e dava solo problemi. Un giorno rubò un’auto della polizia, fu catturato e arrestato, e la goccia fece traboccare il vaso per Edna. Dopo il divorzio, Bettie e le sue sorelle vissero per un po’ in un orfanotrofio femminile. Nelle lunghe ore trascorse nei dormitori, Bettie e le sue sorelle si divertivano a pettinarsi e truccarsi come le grandi dive, e lei imparò anche a cucire. In seguito Edna riprese tutti i suoi figli con sé e si spostò molto in cerca di una stabilità economica. Per sfamare da sola sei figli, lavorava come parrucchiera di giorno e lavandaia di notte. Fu Bettie, giovanissima, a prendersi cura dei suoi fratelli. La sua famiglia era così povera che “Eravamo fortunati se trovavamo un’arancia nella calza di Natale”, come dichiarò in seguito. Ciononostante, la nostra beniamina era anche una studentessa modello: con una media di tutte A, una volta diplomata ottenne un assegno di 100 dollari per iscriversi al Peabody College e in seguito mancò la borsa di studio universitaria per un solo quarto di punto. Da sempre appassionata di recitazione e già attiva negli spettacoli scolastici, iniziò a studiare Arte Drammatica. Anche se aveva frequentato il college per diventare insegnante, il suo sogno era fare l’attrice. Trovò il suo primo impiego così: doveva dattiloscrivere i testi per l’autore Alfred Leland Crabb. Si laureò in Arte nel 1943 e sposò il suo ragazzo del liceo, Billy Neal. I due si trasferirono a San Francisco, ma ben presto lui fu arruolato nell’esercito e andò al fronte per la Seconda Guerra Mondiale. Tornò nel 1947, lui e Bettie divorziarono.

Bettie Page fotografata da Irvin Klaw

Bettie Page fotografata da Irvin Klaw

L’inizio della carriera di Bettie Page

Nel 1950 Bettie si trasferì a New York e cominciò a lavorare come segretaria, ma il suo sogno di diventare una star non era tramontato. È ormai leggendario il modo in cui fu scoperta: in ottobre passeggiava su una spiaggia a Coney Island e fu notata da Jerry Tibbs, un poliziotto con l’hobby della fotografia. Colpito da quella figura sinuosa e da quegli occhi blu profondo, Tibbs non solo le chiese di posare per lui, ma la introdusse nell’ambiente fotografico. La disinvoltura di Bettie di fronte alla macchina fotografica erano senza precedenti: si lasciava plasmare come creta e non aveva alcun problema a posare nuda. Tibbs le presentò altri fotografi dilettanti, compreso Cass Carr, un musicista giamaicano, che la fece posare per il suo primo servizio outdoor e la introdusse nell’ambiente dei Camera Club. La ragazza, allora ventisettenne, ebbe così la possibilità di maturare un’esperienza incredibile per quei tempi così conservatori.

L’anno successivo, Bettie Page iniziò il suo sodalizio con Irvin Klaw. Fotografo, videomaker, artista di rottura, Klaw regalò a Bettie Page quello che sarà il suo tratto più distintivo: la frangetta. La immortalò in decine e decine di fotografie sexy, spesso a tema bondage e sadomaso. Le fotografie (e anche i video) venivano inviate per corrispondenza a clienti più o meno abituali. In men che non si dica, Bettie Page era un’icona in tutti gli Stati Uniti: la prima modella bondage della storia degli USA.

Bettie Page fotografata da Bunny Yeager

Bettie Page fotografata da Bunny Yeager

Bettie Page: la più grande tra le pin up

Wink, Eyeful, Titter, Beauty Parade. Sono solo alcune tra le riviste su cui comparivano le foto di Bettie Page. Ma quando comparve anche su magazine di Robert Harrison, fu sancito il suo primato tra le pin up. Nel 1954 era la più famosa a New York, e la ex modella e aspirante fotografa Bunny Yeager la volle per un servizio fotografico all’interno dell’ex parco naturale Africa-USA di Boca Raton, in Florida. La serie di scatti “Bettie nella giungla” è famosissima ancora oggi. Bettie era solita cucire da sola la lingerie che indossava, e anche l’ormai celebre abito in pelle di leopardo era opera sua. La serie comprende anche foto di nudo in compagnia di due ghepardi vivi. Bunny spedì le sue foto a Playboy e Hugh Hefner in persona si assicurò che Bettie Page venisse scritturata sul numero successivo come Playmate del mese. Suo fu il paginone centrale che festeggiava i due anni della rivista, nel gennaio 1955. Le foto di Bettie furono riprodotte ovunque, anche sui dischi e sulle carte da gioco. Si era meritata il titolo di “The Girl with the Perfect Figure”. Hefner divenne ossessionato da lei, dai suoi modi affabili, maliziosi e ingenui allo stesso tempo.

Nel frattempo Bettie era apparsa anche in diversi programmi televisivi e spettacoli teatrali. Irvin Klaw continuava a immortalarla. Sempre divertita e irriverente, Bettie Page fu la protagonista di oltre 50 filmati

Rosita Royce, the dove dancer

Rosita Royce: la signora delle Colombe

Le arti performative fanno parte del mondo dell’effimero. Si consumano nel momento in cui si perfezionano, nulla rimane dopo la loro esecuzione. Spesso solo la eco lontana di quanto un’artista possa essere stata amata. Il burlesque, più di altre forme d’arte, è soggetto all’oblio. Figlio di un’epoca in cui l’audiovisivo era un mezzo nascente, non è stato immortalato in video che possano portare a noi testimonianze integre o veritiere. Alcune star degli anni Trenta sono diventate delle vere e proprie leggende, anche quando le loro vite sono avvolte nel mistero. Come nel caso di Rosita Royce, The Lady of Doves, ancora oggi omaggiata da performer che ricordano il suo leggendario numero con i colombi.

Rosita Royce, The Dove Dancer

La misteriosa vita di Rosita Royce

Le informazioni su Rosita Royce sono davvero poche e non è nemmeno semplice verificarne l’autenticità. Sembra fosse proprio lei, per aggiungere più mistero alla sua eterea figura di star, a non permettere che circolassero troppe voci sulla sua vita privata. Sappiamo che è nata a Lincoln, in Nebrasca, nel 1918, ma il giorno è sconosciuto. Il suo vero nome era Marjorie Rose Lee, ma anche qui altre informazioni gettano un’ombra di dubbio sul cognome, dal momento che suo padre era il Dottor C.M. Corrington, un dentista, e sua madre Bertha aveva preso il nome del marito con il matrimonio. Non sappiamo se sia mai stata sposata, di certo non ha avuto figli ed è deceduta a soli 36 anni, il 24 settembre 1954. La vera causa è sconosciuta.

Jane Briggeman, nel suo libro Burlesque: Legendary Stars of the Stage, racconta le due versioni che ha ricevuto dai membri della The Golden Days of Burlesque Society. Nella prima, ammantata di leggenda, si narra della drammatica uscita di scena dal palcoscenico della vita di Rosita Royce, che una sera, di fronte a migliaia di fan adoranti, lasciò volare le sue colombe in alto. Il vento forte e la forza dei molti pennuti la fecero cadere. Lo spavento fece arrestare il cuore di Rosita e il suo corpo senza vita fu portato via, mentre i colombi si rifiutavano di lasciare il suo costume. Nella seconda versione, si attribuisce la morte della diva a un più plausibile cancro. Sua madre Bertha ha in seguito raccontato qualcosa che sembra coniugare i due racconti. Sembra che durante la Opening Night di un locale nel New French Quarter a Miami, Rosita scivolò su un mozzicone di sigaretta che il patron della serata aveva lasciato cadere sul palcoscenico e si ferì. Era il 7 agosto e la starlette fu immediatamente portata in ospedale. Lì le fu diagnosticato il cancro, purtroppo già a uno stadio avanzato. I medici tentarono di operarla, ma non ci fu nulla da fare: nemmeno due mesi dopo la diva volava in cielo con le sue colombe. I suoi resti sono a Miami, nel Southern Memorial Park.

Rosita Royce, the dove dancer

Rosita Royce: The Dove Dancer

Per capire come Rosita Royce divenne una leggenda, pur non sapendo nulla della sua vita, basterà inserirla nel contesto storico in cui è vissuta. Il momento in cui la sua stella conobbe maggiore fulgore furono gli anni Trenta. L’America usciva legalmente dal Proibizionismo nel 1933, ma la mentalità comune era ancora molto puritana. La produzione di film si era incrementata e le grandi dive come Greta Garbo illuminavano il firmamento di Hollywood. C’era qualcosa che però al cinema non poteva essere mostrato: lo striptease. Ecco perché, mentre sul grande schermo si celebrava la Golden Age, anche il burlesque viveva la sua età dell’oro. Nel 1935 si contavano più di 3.500 performer negli Stati Uniti, ciascuna determinata a non essere una meteora. La competizione e la ricerca dell’originalità erano fortissime. Rosita fu la prima a portare su un palco la Bubble Dance, eseguita con l’ausilio di un pallone gigante. Come nel caso di Faith Bacon con la sua Fan Dance, la sua più grande rivale sulla scena, Sally Rand, le “rubò” questo numero portandolo, grazie alla sua eleganza, alla sua bellezza e alla sua fama superiori, all’attenzione del grande pubblico. Al contrario della sua collega californiana, però, Rosita non ingaggiò battaglia con la Rand, piuttosto pensò a un altro numero, ancora più originale e difficile da eguagliare. Fu così che mise in piedi uno degli act più controversi della sua epoca: The Dance of Doves. Nascondendo dei semi in bocca, e fermandosi in pose molto eleganti secondo le direttive dell’epoca, Rosita premiava i suoi colombi addomesticati dando loro un seme quando facevano la cosa giusta. Il pubblico non potè credere ai propri occhi quando vide per la prima volta le colombe togliere mano a mano parti del suo abito da sera, tirando lacci e sganciando bottoni con il becco, e poi posizionarsi in punti strategici sul corpo della diva. Al posto dei ventagli, lei usava colombe vive! Il numero fu subito molto discusso, ma riscosse un successo clamoroso alla New York’s World Fair del 1939.

Rosita Royce, the dove dancer

Il successo e i problemi con la giustizia

Il numero con le colombe ebbe un successo incredibile attraverso gli anni e conobbe anche diverse varianti. Quando il celebre produttore teatrale la volle per il suo show a Broadway A Night in Venice, i colombi furono sostituiti da piccioni e la routine divenne The pigeons of San Marco. Per introdurre più esotismo, sovente Rosita utilizzò i pappagalli di diverse specie, dai macao ai cocoriti. A metà degli anni Cinquanta diverse performer avevano inserito volatili nelle loro routine. Nel frattempo Rosita Royce aveva preso parte a diversi famosi spettacoli negli anni Quaranta e aveva avuto i suoi bravi problemi con la giustizia. Non era mai stata una bellezza mozzafiato, il suo successo era dovuto all’arguzia e alla creatività. Si racconta che, arrestata per nudità, comparve di fronte al giudice e si difese dicendo

Tempest Storm

Tempest Storm: un mito vivente

Basta pronunciare il suo nome per capire tutto di lei: Tempest Storm è come un uragano che ha percorso quasi tutta la storia del Burlesque, cavalcando le luci della ribalta come se fossero solide, sorridendo e ancheggiando, mostrando il suo fisico prorompente e i suoi capelli rosso naturale.

Per chi conosce il burlesque il suo nome non è nuovo: è semplicemente la performer più amata tra le vecchie glorie, e il 29 febbraio 2016 ha compiuto 88 anni, portati in modo scintillante. È stata una delle pin-up più famose degli anni Cinquanta, insieme all’amica Bettie Page, e come Gipsy Rose Lee, Lily St. Cyr e Blaze Starr è una delle maggiori figure nella storia del burlesque. Al contrario di Gypsy, non ha inventato qualcosa di nuovo, non ha numeri particolarmente iconici. Tempest ha semplicemente eseguito performance burlesque più a lungo di chiunque altro, e lo ha fatto tremendamente bene. Il suo stile più celebre resta il solo-strip act, che è sempre stato il suo cavallo di battaglia, accompagnato spesso da sapienti movenze Bump & Grind.

Tutte possiamo ancora oggi imparare la vera essenza del teasing dalle parole di Tempest Storm: “Ciò che ha ucciso il pubblico di massa nel burlesque è stto che molte performer hanno iniziato a spogliarsi del tutto. Non è solo di cattivo gusto, ma è anche non necessario. Il segreto di un buon striptease è il lasciare quanto più possibile all’immaginazione”.

E ancora, nello specifico: “Non importa cosa dicono gli uomini, nessuno di loro vuole veramente vedere una performer che semplicemente balza fuori dai suoi vestiti. Ci vuole la comunicazione, il segreto è instaurare un contatto. Nei miei act, anche se alla fine mi resta addosso il minimo legale, in verità indosso sempre più di quello che tolgo. C’è qualcosa di psicologico in questo: una performer che riesce a comunicare modestia è più sexy di una che si spoglia e basta”.

Tempest Storm

Come la giovane Annie divenne Tempest Storm

Al pari di molte star, non solo del Burlesque, Tempest Storm è finita nello show business per puro caso, fuggendo da un’infanzia difficile. Nata Annie Blanche Banks il 29 febbraio 1928, a Eastman, in Georgia, non ha mai conosciuto il suo vero padre. I suoi si separarono quando sua madre era incinta, e Annie crebbe con un patrigno che abusava di lei. A quindici anni, per fuggire da un incubo, se ne andò di casa. Nelle sue memorie racconta come arrivò a Hollywood, con una massa di capelli rossi che tirò sulla testa per sembrare più grande, e mentì sulla sua età per iniziare a lavorare. “Ero carina, e avevo un bel fisico, ma apparivo come migliaia di altre ragazzine che vanno a Hollywood con l’idea di fare le attrici”. Lavorò dapprima come commessa, poi in un cocktail bar. Riusciva a stento a mantenersi, ma “avevo idea che se fossi tornata a casa non sarei più andata via”. Conobbe un ragazzo della sua età che le promise di prendersi cura di lei, si sposarono e 24 ore dopo il loro matrimonio era già annullato. Poco dopo successe lo stesso. Il secondo matrimonio durò sei mesi.

Le cose non andavano bene, Annie lavorava in un drive in come cameriera quando incontrò un uomo che le chiese se aveva mai pensato di lavorare nello show business. Non era l’idea che Annie aveva in testa: l’uomo voleva fare di lei una stripper.

L’uomo le fissò un appuntamento con Lillian Hunt per il Folies Theatre. Annie non ci andò: era spaventata a morte, ma l’uomo andò di nuovo a trovarla e la incoraggiò. “Fare la spogliarellista era l’ultima cosa che volevo, ma alla fine ci andai. Avevo bisogno di un lavoro, mi presero tra le ragazze della fila e mi fissarono una paga di 40 dollari a settimana. Era più di quanto avessi mai guadagnato in vita mia”.

Tre settimane dopo, Annie divenne solista, con una paga di 60 dollari a settimana, e la settimana ancora successiva Lillian Hunt le disse che aveva bisogno di un nome d’arte. Fu la stessa Lillian a suggerire Tempest Storm. “Niente di meglio?”, chiese Annie. “Che ne dici di Sunny Day?”, propose allora Lillian. Fortunatamente Annie, allora diciasettenne, scelse Tempest Storm. Non poteva saperlo, ma in quel momento stava nascendo la starlette più pagata di sempre.

Tempest Storm e Bettie Page

Una vita scintillante, non solo sotto i riflettori

A vent’anni Tempest Storm era già una superstar: cachet altissimi, spettacoli in moltissime città americane, soprattutto Reno e Las Vegas. Nel 1957 Tempest Storm diventò il suo nome anche legalmente. Era l’epitome di un nuovo burlesque, quello che si dirigeva verso gli anni Sessanta, spostatosi a Ovest, che non aveva più il suo epicentro a New York, ma che inevitabilmente sarebbe stato soppiantato da altre forme di ipersessualità: una fenice morente che brucia al massimo del suo splendore. Rimase la più pagata anche dopo, quando questa forma d’arte conobbe un periodo di declino e, in molti paesi, di oblio. Ci ha sempre tenuto a distinguersi da veterane come Gypsy Rose Lee, si è paragonata piuttosto all’amica Bettie Page, con la quale compare nelle scene dal retrogusto fetish Teasearama di Irving Klaw.

Alla fine degli anni Cinquanta assicurò i suoi seni per un milione di dollari presso la Lloyd Assicurazioni di Londra. Questi e mille altri episodi “originali” erano la sua firma: pubblicità e sensazionalismo.

Ovviamente si affacciò anche al cinema, sogno mai accantonato del tutto, ma potè recitare solo in film di genere, per lo più nel ruolo di se stessa. Tra i più importanti The French Peep Show, di Russ Meyer, Striptease Girl, Roadshow e Shock-O-Rama.

Le furono attribuiti moltissimi amori, anche con uomini importanti, tra cui addirittura Elvis Presley, Sammy Davis Jr. e il Presidente Kennedy. Invece sposò un cantante famosissimo, ultrapagato quanto lei, Herb Jeffries, uno dei più grandi crooner di sempre. La sua Flamingo aveva già venduto

Gypsy Rose Lee

Gypsy Rose Lee: la Madre del Burlesque

Il Burlesque, più di altre forme d’arte, ha tra le sue schiere di angeli fatti di curve molte dive e divine. Ma se c’è davvero una trinità de venerare, questa è composta da Lily St. Cyr, Ann Corio e Gypsy Rose Lee. Quest’ultima in particolare viene considerata come l’inventrice di ciò che oggi consideriamo burlesque: l’arte del rivelarsi a poco a poco, non solo di togliersi i vestiti di dosso, ma di stuzzicare, con sapiente e ironica malizia, chi sta a guardare. “Più tease che strip” si legge in ogni biografia di colei che passò alla storia come “la donna che inventò il burlesque”.

Come sappiamo, questa forma d’arte esisteva da tempo, ma Gypsy le conferì una forma definitiva e rispettata, per la prima volta anche negli ambienti dell’alta società e della neonata televisione.

Bella sì, ma non più di tanto, Gypsy Rose Lee si fece strada soprattutto per il suo cervello, e ancora oggi viene ricordata come la donna più intelligente nello show business burlesque, pioniera di quell’essere imprenditrici di se stesse che tanto viene sbandierato, non sempre a ragione, ancora oggi.

Gypsy Rose Lee

Gypsy Rose Lee giovanissima nello show dei fratelli Minsky e in altri celebri momenti della sua carriera

Quando era Louise: l’infanzia difficile di Gypsy Rose Lee

La storia di Gypsy Rose Lee è una strada verso l’affrancamento e l’uscita da un tunnel che solo in un modo poteva vedere la fine. Sua madre, Rose Evangeline Thompson, sposò John Olaf Hovick, venditore di spazi pubblicitari per il Seattle Times di origine norvegese, che era ancora adolescente. Il giorno delle nozze aveva già in grembo Rose Louise Hovick (vero nome di Gypsy), che nacque l’8 gennaio 1911. Sua madre dichiarò sempre il giorno successivo e frequentemente cambiò la data di nascita sia di Louise (Gypsy veniva chiamata sempre con il suo secondo nome) che di sua sorella, meglio nota come l’attrice June Havoc. La donna e le sue due figlie viaggiavano moltissimo, e per aggirare le leggi dei vari stati sul lavoro minorile, le date di nascita venivano costantemente spostate. La stessa Louise per anni non seppe quale fosse davvero il giorno del suo compleanno. Fu subito chiaro ciò che mamma Rose voleva: costrinse le sue due figlie ad estenuanti viaggi e provini, poiché voleva che sfondassero da subito nel mondo dello show business – il che la portò al divorzio dal padre delle fanciulle. L’anno successivo si risposò, ma Louise e June non hanno mai avuto una figura paterna accanto. La loro dispotica madre era tutto ciò che avevano. June, da sempre la preferita di mamma Rose, manteneva la famiglia già a due anni e mezzo, come piccola star, “La più piccola danzatrice sulle punte del mondo”. Quando June fu chiamata per comparire in alcuni cortometraggi, Louise fu lasciata a casa e riuscì almeno frequentare le scuole elementari, al contrario di June, alla quale fu insegnato a leggere dalle stage manager. In seguito Rose mise in piedi spettacoli di vaudeville, tra cui l’allora celebre Baby June and Her Farmboys, in cui Rose era la star e Louise, a cui la madre imputava una totale mancanza di talento, era relegata sul fondo. Con grande disappunto della donna, June fuggì con uno dei ballerini di fila, Bobby Reed, e lo sposò a soli tredici anni. Nonostante i loro show avessero incassato una media di 1.500 dollari a settimana, mamma Rose aveva sperperato quasi tutto il denaro.

La popolarità del vaudeville era in declino. Rose mise in piedi un altro spettacolo, Rose Louise and Her Hollywood Blondes e attribuì a Louise la mancanza di successo. La verità era che quella forma di spettacolo stava morendo, così Rose un bel giorno portò sua figlia in una Burlesque House senza spiegarle in quale disciplina artistica avrebbe fatto il suo debutto. Louise aveva quindici anni.

Gypsy Rose Lee

Gypsy Rose Lee in pose da donna fatale. Al centro: foto promozionale per il film “La bella dello Yukon”

Come Louise divenne Gypsy Rose Lee

Si dice che la starlette più attesa di quella serata ebbe una malore e non potesse salire sul palco. Si dice che Rose, attratta dalla paga, spinse sua figlia come volontaria, e che Louise fosse terrorizzata all’idea di spogliarsi in pubblico. L’audience era molto diversa da quella del vaudeville, come pure le ragazze che lavoravano allo show. Pare che Louise salì sul palco con un gonnellino di erba simile a quello delle ballerine di Hula, e che non si tolse molto di dosso. Il pubblico però rispose benissimo a questa nuova forma di “spogliarello”, che stuzzicava la fantasia più che mostrare carne. Una sera Louise ideò un finto incidente: la spallina del suo scintillante abito da sera si staccò e lei scoprì una spalla. Il pubblico, in delirio già con questo piccolo escamotage, letteralmente impazzì quando il vestito scivolò ai suoi piedi. Era nata una stella, la più fulgida nel mondo del Burlesque.

La tappa successiva era lo show dei fratelli Minsky, dove le cameriere, vestite alla francese, spruzzavano delicati profumi sugli ospiti. Nella più famosa burlesque house degli Stati Uniti era tempo di trovarsi un nome nuovo. Louise scelse Gypsy, per il suo hobby di leggere le foglie del tè, aggiunse Rose, dal suo vero nome e come omaggio alla madre, e alla fine appose Lee come vezzo. Divenne molto presto la stella di punta dei Minsky, ma apportò al tutto un sapore completamente nuovo, mescolando massicce dosi di ironia alla sensualità. La volgarità degli show dei fratelli produttori fu stemperata a tal punto che Gypsy fu scritturata molto spesso per intrattenere ai balli dell’alta società newyorkese.

Gypsy Rose Lee

Gypsy Rose Lee con indosso alcuni fra i suoi più vistosi costumi

Gypsy Rose Lee goes to Hollywood

Gypsy fu più volte arrestata in frequenti raid della polizia dai Minsky. Fu sempre rilasciata, poiché la sua mente brillante le forniva sempre qualche trucco per aggirare le

Zorita

Zorita: la prima bad girl del Burlesque

Nella storia del burlesque non ci sono solo leggiadre creature come Faith Bacon e Sally Rand o bellezze statuarie come Lily St. Cyr. L’eleganza altezzosa e lontana, a volte sognante e quasi favolistica di alcune performer contrasta con ciò che realizzò la prima naughty girl del burlesque: la spregiudicata Zorita.

Procace, provocante, piena di curve pericolose e idee originalissime, Zorita fu il simbolo della sensualità fatale e pericolosa.

Zorita e il suo inconfondibile look

Zorita e il suo inconfondibile look

Una ribelle all’inizio del secolo: nascita di Zorita

Youngstown, Ohio, 30 agosto 1915. Nasce Katherin Boyd, o Katryn Boyd. Zorita non ha mai chiarito il suo vero nome, né ha mai amato rivelare molto sulla sua vita privata. Addirittura anni dopo, quando venne arrestata a Toledo, il rapporto della polizia riportò come suo vero nome Ada Brockett. Non ci sono molte informazioni su ciò che la riguarda fuori dal palcoscenico. Sappiamo però che da bambina fu adottata da una coppia di metodisti e che già all’età di quindici anni lavorava come intrattenitrice nelle feste di addio al celibato e in una colonia nudista alla San Diego World’s Fair, per approdare infine al mondo del burlesque all’età di vent’anni, dopo essere stata notata a un concorso di bellezza.

Nonostante abbia sempre generato molto scalpore, non sappiamo molto dei suoi flirt né di ogni episodio di arresto. La documentazione su di lei è quanto mai scarna.

Zorita nel suo celebre numero "Half & Half"

Zorita nel suo celebre numero “Half & Half”

Zorita’s trademark: originalità e aggressività

Nel corso della sua carriera, Zorita passò ben presto dalle routine più classiche alle provocazioni e agli act più innovativi. A metà degli anni Trenta, creava molto scalpore la sua personalità decisa e ruvida, e di certo il suo giocare continuamente con la sessualità e i generi non passavano inosservati né venivano facilmente digeriti.

Uno dei suoi numeri più famosi è Half & Half, in cui, proprio ironizzando sull’identità di genere, era vestita a metà da sposo e a metà da sposa e procedeva in una magistrale danza con striptease che lasciava intendere l’attesa e il desiderio che si concretizzano in una prima notte di nozze. Il numero fu originariamente attribuito a Vernon Castle (il famigerato showman del duo Veron & Irene Castle portato anche sul grande schermo in un film con Fred Astaire e Ginger Rogers), ma la coppia di sposi Castle non si spinse mai oltre la performance di ballo.

Un altro act, divenuto un classico a cui diverse perfomer ancora oggi rendono omaggio, la vedeva di fronte a una gigantesca tela di ragno tempestata di cristalli. Dal buio spuntavano le inquietanti zampe di un ragno che, gradualmente, la privavano dei vestiti. Queste e molte altre idee fecero sì che Zorita raggiungesse una popolarità fulminea e destinata a rimanere nell’immaginario collettivo degli spettatori. Di certo sono riconoscibili i suoi “marchi di fabbrica”: su tutti i capelli corvini con due grosse ciocche biondo platino ai lati, un omaggio a Elsa Lanchester nel film La moglie di Frankenstein, per evocare un immaginario sensuale e orrorifico insieme. Qualche anno più tardi, seguendo ancora le tendenze dettate dalla Settima Arte, la sua chioma divenne tutta biondo platino, con un taglio di capelli che ricordava molto quello di Marilyn Monroe.

Zorita a passeggio con uno dei suoi serpenti e durante una performance

Zorita a passeggio con uno dei suoi serpenti e durante una performance

Zorita: la sposa del serpente

Ciò che senza alcuna ombra di dubbio caratterizza ancora oggi la figura di Zorita è la sua associazione con i serpenti. Il suo act più famoso, The Consummation of the Wedding of the Snake, che è possibile vedere all’interno del film I Married A Savage, la vedeva eseguire uno striptease sensualissimo mentre un boa consrictor vivo e lungo otto piedi le si avvolgeva intorno al corpo. In seguito Zorita utilizzò i serpenti in quasi tutti i suoi show, coordinando i suoi movimenti con quelli sinuosi dei suoi due rettili, un boa e un pitone, che chiamò Elmer e Oscar.

Celeberrime le foto che ritraggono mentre ne porta uno a passeggio, come fosse un cagnolino al guinzaglio.

Il suo comportamento verso questi due serpenti le causò problemi con la legge: nel febbraio 1949 fu arrestata per i consueti problemi di buon costume. Quello che doveva essere un arresto ai fini di censura, portò a scoprire dell’altro e le procurò un’accusa molto pesante di crudeltà sugli animali. Sua figlia Tawny, che a neanche due anni venne immortalata mentre giocava con il pitone, dichiarò alla polizia di non aver paura dei serpenti in casa, in quanto sua madre li teneva chiusi in un cassetto, come un qualunque altro indumento di scena. L’accusa ufficiale fu che la performer incollava la bocca dei suoi serpenti prima di ogni performance. Zorita venne rilasciata pagando una cauzione di 1.500 dollari, ma i suoi serpenti le furono confiscati.

Zorita nella sua versione biondo platino

Zorita nella sua versione biondo platino

La carriera di Zorita: controversa fino alla fine

Oltre a I Married A Savage, le incursioni di Zorita sul grande schermo furono diverse. Tuttavia la starlette non tentò mai davvero la carriera d’attrice. Per lo più i suoi ruoli la videro trasporre le sue performance o la sua stessa personalità al cinema in altri tre film: Naughty New York, Judy’s Little No No e Revenge is My Destiny. Fu poi la volta di Lenny, il meraviglioso biopic diretto dal leggendario Bob Fosse, ma il suo ruolo come proprietaria di un nightclub non finì nei credits ufficiali della pellicola.

Del resto anche quella piccola parte non raffigurava altro che ciò che Zorita era nella realtà: dal momento in cui lasciò

Faith Bacon

Faith Bacon: dietro i ventagli

 

Storie eccezionali, per lo più di donne, racconti di vita di ineguagliabile potenza evocativa. Ecco di cosa si compone la storia del Burlesque. Dietro una forma d’arte ci sono sempre storie di persone che, smessi i succinti abiti e sciolto il make-up di scena, non sono diverse da tutti noi. Dietro i lustrini e tutto questo scintillare, capita che ci siano donne delicate, personalità assai sensibili, fiori delicati che il mondo ammira senza coglierne mai la vera essenza.

Questa è la storia della bellissima Faith Bacon, “la donna più bella de mondo” secondo nientemeno che Florence Ziegfeld. Una ragazza che iniziò la sua carriera molto presto, con la creatività dei veri innovatori, che codificò alcuni tra i più importanti e più amati act del burlesque classico e che, dietro quelle meravigliose piume di struzzo, nascondeva un’anima fragile.

 

Faith Bacon, la performer che inventò la Fan Dance

Nata a Los Angeles il 19 luglio 1910 da una coppia-scandalo per quei tempi (sua madre Charmion era già in attesa di lei quando sposò Francis Page Bacon), iniziò la carriera di performer e danzatrice da giovanissima, già negli anni Venti, dopo aver visitato Parigi e aver deciso, senza aver avuto alcuna preparazione artistica precedente, di dedicarsi a queste forme d’arte. Tornata negli States, lavorò immediatamente sia a Broadway che presso i teatri di Ziegfeld.

Fu lei, e non come erroneamente si crede Sally Rand (che divenne famosa negli anni Trenta) a inventare la Fan Dance, la romantica danza con dei grandi ventagli di piume di struzzo.

La storia è ben documentata. Una delle prime scritture di Faith a Broadway fu con il grande produttore Earl Carroll, nei famosi spettacoli Vanities, Fioretta e Sketch Book. Carroll era ben noto per le sue provocazioni all’allora vigente Proibizionismo. A quel tempo era consentito mostrare delle nudità femminili su un palco solo a patto che le ragazze fossero immobili, come un tableau vivant. Il nudo era ascrivibile alla forma d’arte pittorica, così mostrato. Ma a Carrol questo non poteva bastare, e in Vanities ostentava ragazze completamente nude che si esibivano in piroette e capriole per tutto il perimetro del palco. A volte le faceva immergere in vasche da bagno piene di alcolici, illegali durante il Proibizionismo. Si racconta che, dopo l’ennesimo avvertimento ignorato del New York District Attorney, un poliziotto fece irruzione sul palco tentando di coprire una starlette con una coperta, lei si liberò e corse nuda fuori, con risultati esilaranti da pantomima di film muto.

Fu allora che a Faith Bacon venne un’idea, come riportato da una lettera che scrisse allo stesso Earl: “Caro Carroll, perché non mettiamo in piedi un numero in cui mentre mi muovo sono coperta e quando mi fermo sono scoperta? Per esempio, poniamo che l’orchestra stia suonando un walzer. Io danzo per il palco e poi, a ogni terzo accordo la musica si ferma e io mi blocco, immobile e nuda”. Estasiato, Carroll le chiese con cosa avrebbe potuto velarsi durante i movimenti e Faith suggerì le piume di struzzo.

Faith Bacon e i suoi ventagli di piume

Faith Bacon: problemi con la giustizia… e non solo

La fan dance fu un successo immediato, e Faith Bacon, con le produzioni di Carroll, la portò in tour per tutti gli Stati Uniti, creando ovunque un grande scalpore. Uno show di luci fu aggiunto alla sua performance, come se la accarezzassero (anche troppo sensualemente) mentre era ferma e nuda. Il 9 luglio 1930, la polizia fece irruzione durante lo spettacolo al New Amsterdam Theatre, e arrestò Faith, Carroll e larga parte del cast per “aver dato una performance indecente”. Dopo il raid, con il processo ancora in corso, alcune modifiche furono applicate all’act. Carroll decise che Faith avrebbe dovuto indossare un velo di chiffon durante il numero, e non essere completamente nuda. La Fan Dance continuò la sua tournée fin quando la giuria non dichiarò colpevoli sia il produttore che la starlette. La compagnia si sciolse e Faith Bacon venne scritturata nelle Ziegfeld Follies dal giugno al novembre 1931.

Ma la giustizia non era il solo nemico: nel 1933 Bacon si recò a Chicago alla World’s Fair dopo aver appreso che un’altra performer, sua rivale, avrebbe eseguito una Fan Dance. Sally Rand aveva reso meno esplicita la sua performance, servendosi tra l’altro di separé e non mostrando mai il suo corpo nudo (in seguito sostenne anche di aver indossato una tuta aderente color carne) e aveva fatto propri alcuni movimenti, come si vede nel celeberrimo video della World’s Fair dell’anno successivo. Faith Bacon si presentò alla competition come “The Original Fan Dancer”, ma fu infine Sally Rand a diventare la più famosa fan dancer, e per alcuni ne divenne persino l’ideatrice.

Faith Bacon Burlesque performer

Faith Bacon e il declino di una star

Dopo la World’s Fair del ’33, la carriera di Faith Bacon iniziò un inesorabile declino. La contemporanea ascesa di Sally Rand fece indurire molto il suo carattere: Faith arrivò ad affermare che anche la Bubble Dance fosse una sua idea rubatale dalla rivale Sally. La sua reputazione di “diva difficile” fece il giro di tutti i teatri.

Nel 1936, all’interno dello show Temptation, Faith Bacon appariva nuda all’interno di una teca di vetro, al Chicago’s State-Lake Theater. Il suo ruolo rappresentava la tentazione della bellezza. Un supporto del sipario si staccò e andò a rompere la teca di vetro. Molte ragazze fuggirono urlando, ma Faith si rialzò, con le gambe notevolmente ferite, e continuò a danzare. La vista di quella bellezza nuda coperta di sangue scioccò l’intera audience. La diva fu portata in ospedale, dove rimase per oltre un mese. Tornata sulle sue gambe, con cicatrici evidenti che non sarebbero più sparite, le ci vollero mesi prima di poter tornare a esibirsi.

La sua carriera era ormai segnata, e Bacon fece causa al società che gestiva il teatro per 100.000 dollari. Ne ottenne solo 5.000 e li spese in