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Biografia

Jerry Lewis

Jerry Lewis: il re della Commedia

“Se saprai ridere almeno una volta al giorno, allungherai la tua vita di almeno dieci anni”.

Era la stessa ricetta di Charlie Chaplin, quella consigliata da Jerry Lewis: una risata al giorno, qualunque cosa succeda. Del resto, era uno dei suoi idoli, quello che gli fece nascere la prima battuta – o almeno così raccontava.

Joseph Levitch è nato a Newark, il 16 marzo 1926, ed è stato anche lui un immenso interprete e un ancor più bravo regista. Una pietra miliare per tutti coloro che amano la musica, la recitazione, l’arte che va dagli anni Quaranta ai giorni nostri. Soprannominato The King of Comedy, in Italia è conosciuto soltanto come Picchiatello. Noi che fatichiamo sempre a riconoscere quanto sia più grande il genio di chi fa ridere rispetto a chi fa piangere, fummo gli unici al mondo a stroncare i suoi esordi registici, ma fortunatamente l’Italia non giocò un ruolo decisivo nella felicità di Jerry Lewis. Del resto “La felicità non esiste, quindi dobbiamo fare in modo di essere felici senza”, avrebbe risposto lui.

Jerry Lewis giovane

Il giovane Jerry Lewis

Il cabaret nel sangue: l’infanzia di Jerry Lewis

Joseph nacque in New Jersey, da due immigrati russi di origine ebraica: Rachel “Rae” Brodsky e Daniel Levitch, attore di Vaudeville. La sua infanzia fu itinerante: sin da subito iniziò a respirare l’aria dei backstage e dei piccoli teatri di provincia, in cui suo padre si esibiva. A soli cinque anni calcò per la prima volta le assi del palcoscenico, come componente di un coro. Quando arrivò l’età scolare, i genitori lo dovettero affidare a una zia di Albany, ma la sua carriera scolastica non fu brillante. Il piccolo Joseph non eccelleva nello studio, ma nelle imitazioni dei suoi insegnanti. Durante gli anni del college, a Irvington, si fece cacciare per aver picchiato un professore che parlava male degli ebrei. Jerry fu sempre suscettibile sul razzismo e sulle sue origini. Solo uno dei suoi più cari amici, Frank Sinatra, in seguito si sarebbe rivolto a lui salutandolo ogni singola volta con un “Come stai, ebreo?”, e questo a Jerry Lewis piaceva da morire. Del resto, i suoi best friend erano figli di immigrati italiani: oltre a Frank c’era una tale Dino Crocetti, che poi sarebbe diventato Dean Martin.

A soli diciotto anni Jerry Lewis si sposò per la prima volta. Patti Palmer, nata Esther Calonico, era una cantante di Vaudeville che poi sarebbe diventata anche attrice. Il loro matrimonio durerà ben trentasei anni, durante i quali i due avranno ben sei figli: Gary, Ronald, Scott, Christopher, Anthony, e Joseph. Quest’ultimo è deceduto nel 2009, a soli quarantacinque anni, per un’overdose da narcotici. Jerry Lewis è un amante della famiglia, un esempio di marito e padre amorevole. Singolare, visto che una delle sue più celebri battute recita che “Esistono molte ragioni per i divorzi, ma la principale resta il matrimonio”.

Jerry Lewis e Dean Martin

Jerry Lewis e Dean Martin – con Marilyn Monroe

Jerry Lewis e Dean Martin: meglio del dinamico duo

Senza un titolo di studio e giovane padre di famiglia, Jerry Lewis iniziò a guadagnarsi da vivere grazie a piccoli lavori occasionali, alcuni dei quali sarebbero poi finiti nei suoi sketch. Commesso, magazziniere, fattorino in un albergo, maschera in un cine-teatro di Brooklin. E qui, durante gli intervalli, non resisteva alla tentazione del palco: ci saliva e imitava i cantanti famosi in playback. Naturalmente gli altri dipendenti ridevano, il proprietario lo notò e, dal momento in cui fu sicuro che il giovane fosse esentato dal servizio militare a causa di un’otite, lo fece debuttare. La prima tournée nella quale adottò il suo nome d’arte prese il via nel 1944.

Due anni dopo, il 26 giugno 1946, avvenne un episodio singolare che avrebbe cambiato la vita di due giovani figli di immigrati. Un attore della compagnia era assente e non c’era nessun sostituto. Jerry propose di far salire sul palco il suo amico Dino. Il successo fu clamoroso.

“Perché voi due non mi avete detto di avere un numero insieme?”, chiese il produttore. “Perché non lo sapevamo!”, rispose Jerry. La verità è che i due ragazzi improvvisarono, come erano soliti fare nel tempo libero. Fu quello l’inizio di un sodalizio che durò dieci anni. Jerry Lewis e Dean Martin furono la coppia comica più famosa dell’epoca. Uno affascinante, l’altro impacciato. Uno sicuro di sé, l’altro pieno di tic e smorfie isteriche. Mentre Bob Hope e Bing Crosby tenevano ancora banco, il pubblico aveva bisogno di un duo più giovane, con battute fresche e gag nuove. E fu proprio la loro incredibile capacità di improvvisare, di non avere mai un copione studiato a tavolino, a decretarne il successo. Lo stesso pubblico poteva partecipare anche per più sere di seguito ai loro show: sul palco non si sapeva mai dove quei due sarebbero andati a finire e lo spettacolo era sempre diverso. La Paramount Pictures offrì loro un contratto per portare sul grande schermo alcune tra le loro gag più famose. Nacquero così La mia amica Irma e Irma va a Hollywood. Jerry Lewis e Dean Martin lavorano insieme in ben sedici lungometraggi, dalle scene indelebili come quella in cui Jerry gioca a carte con uno scimpanzé che beve e fuma. Trasmissioni radiofoniche, partecipazioni televisive, centinaia di ingaggi teatrali. I due incisero diversi dischi che finirono subito nelle hit nazionali. Nel 1952, una delle migliori epoche per il fumetto, la DC Comics pubblicò una serie a loro dedicata, The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis.

Jerry Lewis e le sue smorfie

Alcune delle espressioni più celebri del “picchiatello” Jerry Lewis

La separazione e la carriera solista di Jerry Lewis

Dieci anni dopo il loro esordio insieme, questo duo di incredibili comici annunciò la separazione. Le ragioni erano personali: Jerry metteva

LouisPrima

Louis Prima: la leggenda dello swing italoamericano

Circa venti anni fa, mi trovavo in Inghilterra durante l’estate, in un paesino a nord di Londra, nel Bedfordshire.

Con alcuni amici in un pub conosciamo un gruppo di ragazze:

“Italian? –mi fa una di loro– my dad loves Italian music, the opera, Pavarotti!”

“ I don’t know much about opera” risposi io.

“My dad also likes an Italian swing singer from the 50’s, Louis Prima “

“Louis who? Prima? Italian swing singer, probably Renato Carosone, or Fred Buscaglione!”

“Louis Prima – ripeteva lei – He was Italian! Don’t you know him?”

No, non sapevo chi fosse, ed io ero gia allora appassionato di musica anni 50. Nessuno dei miei amici lo conosceva, e qualche giorno dopo lo domandai a mio padre per telefono, lui che negli anni 50 è cresciuto. “Mai sentito nominare – disse – eppure io i cantanti di quegli anni li conosco tutti, ma sei sicuro che sia Italiano?”. Quindi l’autore di Just a Gigolo, Sing Sing Sing, Angelina, uno degli inventori del Jive, modello di riferimento di tutte le band del revival swing, ebbene questo signore in Italia era un illustre sconosciuto, e in gran parte lo è ancora.

Louis Prima

Da New Orleans a New York: l’inizio di Louis Prima

Louis Prima è, in effetti, italoamericano, perché nasce a New Orleans, in Louisiana, il 7 dicembre 1910 da genitori siciliani, secondo di quattro figli. La madre Angelina amava la musica, e volle che tutti i figli imparassero a suonare uno strumento. Louis iniziò con il violino, andava a lezione dai preti della sua parrocchia, ma New Orleans è la patria del jazz, e ben presto ebbe la possibilità di vedere all’opera i musicisti jazz di colore, come Louis Armstrong. Lasciato il violino, passò alla cornetta e poi alla tromba. Cominciò a suonare nei locali del French Quarter di New Orleans con altri italoamericani, principalmente ragtime, swing, traditional jazz. Con la grande depressione del ‘29, molti musicisti del sud emigrarono al nord, Chicago, New York. Anche Louis arriva nella Grande Mela all’inizio degli anni Trenta, mette insieme una band che chiama The New Orleans Gang e comincia a suonare nei più noti jazz club di Manhattan. In quegli anni firma il primo contratto discografico con l’etichetta Brunswick, e registra una serie di canzoni, That’s Where the South Begins, Long About Midnight, Jamaica Shout, The Lady in Red ma soprattutto Sing Sing Sing, che divenne un grande successo con l’orchestra di Benny Goodman.

 

Italoamericana: la cifra stilistica di Louis Prima

Arriva l’era delle big band e Louis si sposta in California, dove operano tutte le grandi orchestre come quelle di Duke Ellington, Glenn Miller, Cab Calloway: ma questa formula per lui non funziona, troppo dipersiva, la sua natura di istrione e commediante ne risente. Louis è un animale da palcoscenico, ha bisogno di tutta l’attenzione del pubblico su di sé. Ritorna a New York negli anni Quaranta e lì ha il colpo di genio: si ricorda delle canzoni napoletane e siciliane che suo padre gli cantava da bambino, come Ohi Mari’ e C’è la luna in mezzo o’ mare, le riarrangia inserendo jazz, swing, boogie woogie. Mescola i dialetti italiani con l’inglese, scrive altri pezzi originali con la stessa formula, Angelina, Please No Squeeza Da Banana, Felicia No Capicia. Il successo è travolgente: al famoso Strand Theatre di New York suona per sei settimane di fila, incassando mezzo milone di dollari. Gira in tour per tutti gli Sati Uniti, registrando sold out in ogni città. A un concerto a Detroit è presente Eleanor Roosevelt, che lo invita a suonare alla Casa Bianca per il compleanno del Presidente Franklin D. Roosevelt.

Louis Prima

Louis Prima fa fortuna in Vegas

All’inizio degli anni 50 si sposta a Las Vegas, dove forma una nuova band con la cantante Keely Smith, che poi diverrà sua moglie, e il sassofonista Sam Butera, altro italoamericano di New Orleans. La città dei casinò è il suo posto ideale, i suoi spettacoli di musica e cabaret sono perfetti per il pubblico dei grandi hotel di Vegas. Comincia al Sahara Hotel, ma poi passa al celeberrimo Desert Inn, dove ha un contratto in esclusiva della durata di cinque anni, per tre milioni di dollari. Nel 1955 firma con la Capitol Records, con la quale incide i suoi due dischi più famosi, The Wildest e The Call of The Wildest: il primo contiene quello che forse è il suo brano più conosciuto, Just a Gigolo. Nel 1961, invitato da Frank Sinatra, ritorna alla Casa Bianca: i due Italians cantano Old Black Magic per il presidente John Fitgerald Kennedy. Nel 1967 Walt Disney lo chiama per dare la voce a King Louie, l’orango protagonista del cartoon Il Libro della Giungla. La canzone I Wanna Be Like You, che Louis canta nel film, divenne un successo planetario che continua ancora oggi.

 

La fine, l’oblio e la risalita con il neo swing

Negli anni Settanta rallenta la sua attività a causa di crescenti problemi di salute. Accusa una serie di infarti che lo costringono all’immobilità, e infine muore a New Orleans nel 1978. Louis Prima viene dimenticato, le sue canzoni italoamericane cadono nell’oblio, fino a quando nel 1985 David Lee Roth, cantante del gruppo metal Van Halen, riprende Just a Gigolo e la riporta al successo mondiale. Il revival dello swing sta per arrivare, e negli anni 90 molti gruppi del movimento “neo swing” riprendono le canzoni di Louis Prima.

Nel 1998, poco tempo dopo il mio incontro con la ragazza nel pub, il celeberrimo spot televisivo della GAP “Khaki Swing”, riporta definitivamente in auge un ballo e una musica del passato tornati di gran moda. Il ballo era il Lindy Hop, la canzone era Jump and Jive, del grande Louis Prima.

Il grande cantautore riposa

Carmen Miranda

Carmen Miranda: the Brazilian Bombshell

Se c’è una star che fa pensare all’estate, quella è senza dubbio Carmen Miranda. Iconica, ironica, eccessiva e sensuale, l’epitome dell’esagerazione scenica, colei che ispirò in larga parte gli odierni show di drag queen, la pioniera del Tropicalismo in Brasile. La prima star latinoamericana a imprimere le impronte delle sue mani a Hollywood, la prima a divenire una diva nell’entertainment a stelle e strisce. Basta nominarla e alla mente arrivano subito immagini di copricapi multistratificati di fiori e frutta, ma oltre al suo indelebile look che ha lasciato il segno nel mondo dello spettacolo e non solo, oggi vogliamo raccontarvi la sua vita.

 

Dal Portogallo al Brasile: l’infanzia di Carmen Miranda

Maria do Carmo Miranda da Cunha nacque in Portogallo, seconda di due figlie, in una cittadina nella parte nord del paese, il 10 febbraio 1909. Quando la piccola Maria aveva solo dieci mesi, suo padre emigrò in Brasile e si stabilì a Rio de Janeiro con lo scopo di farsi raggiungere dalla sua famiglia. Aprì un barber shop e, nel 1910 Maria, sua madre e sua sorella Olinda lo raggiunsero. I genitori ebbero altri quattro figli in Brasile, Amaro, Cecília, Aurora e Óscar. In seguito suo padre fece battezzare con rito cristiano la piccola con il nome Carmen, dato il suo grande amore per l’opera lirica. Questa sua passione influenzò tutti i suoi figli, in particolare Carmen, che cominciò fin da bambina a dimostrare le sue doti nella danza e nel canto e la sua voglia di entrare a far parte del mondo dello spettacolo. Questo desiderio fu fortemente osteggiato dal genitore, che la mandò a studiare nel convento di Santa Teresa a Lisieux. Sua madre, al contrario, la appoggiò moltissimo, arrivando a subire violenze fisiche dal marito quando Carmen ottenne un provino per un programma radiofonico. La ragazza aveva iniziato a esibirsi, cantando e danzando alle feste di Rio e dintorni. Fino a che sua sorella Olinda contrasse la tubercolosi e fu rimandata in Portogallo per potersi curare. Il sogno di Carmen sembrava svanito: a soli quattordici anni dovette andare a lavorare in un negozio di cravatte per poter supportare la famiglia nelle ingenti spese mediche. Poco dopo, però, passò in una boutique con sartoria annessa. Fu lì che imparò a cucire e fu soprattutto avviata all’arte della modisteria: Carmen aprì una sua attività, un negozio di cappelli che si rivelò piuttosto redditizio e che sarebbe stato alla base delle sue caratteristiche future.

Carmen Miranda

Carmen Miranda, la prima stella del Brasile

Seppur nata in Portogallo, Carmen era ormai cittadina brasiliana naturalizzata e, anche in seguito, si sarebbe sempre sentita brasiliana. Nonostante la sua attività commerciale fosse fiorente, il fuoco dello spettacolo era ardente in lei, perciò continuò a cantare e ottenne una discreta fama. Il suo successo in patria si deve a una serie di fattori contingenti – oltre al suo naturale talento e all’incredibile grazia legata a massicce dosi di autoironia. La canzone popolare era tornata in auge e veniva per la prima volta resa eterna dalle incisioni su disco in vinile. La samba stava prendendo piede. Carmen Miranda fu presentata al compositore Josué de Barros, che la fece incidere per la prima volta nel 1929, con una casa di produzione tedesca, la Brunswick. Fu solo l’inizio: già l’anno successivo la bella ragazza dal sorriso coinvolgente era la più famosa star pop del Brasile, con un contratto discografico con la RCA Victor e uno con Rádio Mayrink Veiga, la stazione più popolare negli anni Trenta in America Latina. La sua vitalità coinvolgente le fece meritare numerosi soprannomi e la portò quasi contemporaneamente a sfondare anche nel mondo del cinema. Degraus da Vida fu il suo primo film, nel 1930, ma fu con Alô Alô Brasil (1935) e Alô Alô Carnaval (1936) che conobbe la vera fama. Sebbene non fosse ancora protagonista assoluta, rubava la scena ai suoi colleghi uomini, popolari cantanti dell’epoca, e la rivista Cinearte la definì “ la star più popolare del Brasile, a giudicare dalla corrispondenza che riceve”.
Si trattava di film musicali, che esaltavano la tradizione del carnevale brasiliano, la gioia di vivere e i colori. Le trame erano standard e tutte simili tra loro, un mero pretesto per inserire numeri musicali. In Alô Alô Carneval ne sono presenti addirittura ventitré. Il film segna il debutto anche di Aurora Miranda, sorella di Carmen.

Carmen Miranda

Fiori, frutta e canzoni: Carmen Miranda diventa un’icona

Per tutti gli anni Trenta Carmen Miranda fu la stella più fulgida di tutto il Brasile. Bastavano il suo nome o la sua foto per far accorrere le masse. Eppure adottò ciò che la rese davvero un’icona solo nel 1939: in quell’anno recitò nel film Banana-da-Terra nel ruolo di una ragazza povera di colore di Bahia. Il suo costume era una versione molto glamour di vesti popolari: un abito fluente e in testa un copricapo con frutta e fiori. Lo scopo di quella scena musicale era porre l’attenzione su una classe sociale fortemente svantaggiata. L’impresario statunitense Lee Shubert lo vide e visitò il Brasile per assistere al suo show dal vivo che si teneva a Rio de Janeiro. Folgorato dal suo stile coinvolgente, la volle scritturare subito per il suo musical estivo The Streets of Paris. Inizialmente Carmen rifiutò: Shubert non avrebbe scritturato la sua band e lei sentiva che i musicisti del Nord America non sarebbero stati in grado di catturare il suono del suo paese. Intervenne addirittura il Presidente Vargas, che si dichiarò convinto che Carmen Miranda e la sua band sarebbero stati ambasciatori culturali del Brasile e face sì che il trasferimento della band a New York fosse a carico del governo. Carmen prese molto sul serio questo incarico informale e decise che sarebbe stata l’ambasciatrice della cultura brasiliana nel mondo occidentale.

Carmen Miranda

Carmen Miranda morde la Grande Mela, poi vola a Hollywood

L’impatto di Carmen Miranda sulla

Dixie Evans

Dixie Evans: la Marilyn Monroe del Burlesque

Tra le tante star del burlesque di cui vi raccontiamo periodicamente la vita, ce n’è una che ha dato moltissimo al mondo glitterato dell’arte del teasing. Una donna che verrà ricordata nel tempo, poiché è grazie a lei se oggi esistono un museo e un archivio, è grazie a lei se questa forma di espressione effimera può veramente essere ricordata come merita. Dixie Evans non cercò, al contrario di molte sue colleghe, di sfondare nel cinema o essere qualcos’altro oltre a una burlesque performer. Non si diede al canto o alla danza, non finì su riviste di gossip per i tanti matrimoni. Fu una exotic dancer, e fu la fondatrice della Burlesque Hall of Fame, il museo no-profit del burlesque con la missione di “preservare, celebrare e ispirare l’arte del burlesque nel mondo”. Da questo luogo incredibile è nato uno dei premi più prestigiosi al mondo: Miss Exotic World, fondato dalla stessa Dixie. Ma andiamo con ordine: “sit back and relax”, perché stiamo per raccontarvi la storia di Dixie.

Dixie Evans

Dixie Evans in azione

Una come tante altre: l’infanzia di Dixie Evans

La vita di Mary Lee Evans, che poi divenne Dixie adottando il nome di sua nonna, avrebbe potuto essere facile e agiata. Nacque a Long Beach, in California, il 28 agosto 1926, da un businessman che lavorava nell’industria del petrolio, Roy Evans, e da una donna che discendeva da ricche famiglie francesi e dalle prime casate americane, Annie LeGrand. Nelle interviste, una volta famosa, Dixie Evans scherzava molto su questo: “Mi piace giocare sul fatto che sono nata dall’aristocrazia e poi sono finita a fare la spogliarellista!”. Il fatto è che suo padre rimase tragicamente ucciso in un incidente quando la piccola Mary Lee aveva solo sette anni, e sua madre rimase completamente sola a crescere i suoi due figli. Sopraggiunse la Grande Depressione e fece il resto: senza suo marito accanto in grado di risollevare gli affari di famiglia, le finanze si esaurirono ben presto. Dixie pertanto non divenne una delle tante biondine viziate; al contrario imparò ben presto a conoscere il valore del denaro e del lavoro. Fu una ragazza come tante, che sognava di arrivare a Hollywood, ma era anche molto ingenua sui meccanismi che avrebbero potuto condurla fin là. Lavorò nei luoghi più disparati sin da adolescente: un ospedale cattolico, una base militare, persino un campo di sedano. A sedici anni aveva già lasciato il liceo per iscriversi a classi di danza e per unirsi alla fila chiamata The Orchidias de Hollywood. Con questo corpo di ballo giovanile ebbe le sue prime esperienze “esotiche”, girovagando in tour che la portarono in Messico, quindi si unì alla Moonie Dancers, che giunsero in Alaska. Il lavoro le era necessario per vivere, e non sempre le faceva calcare la scena: potè esibirsi con il Clyde Betty Circus e poi finì a fare l’inserviente di scena a San Francisco. Ma da quel retroscena la sua determinazione la portò ad esibirsi nel suo primo numero da solista allo Spanish Village.

Dixie Evans

Tre delle pose più tipiche di Dixie Evans

Dixie Evans sulle orme di Marilyn

Quel primo, acerbo act portò Dixie Evans a lavorare sempre più. La ragazza doveva migliorare, ma aveva talento e determinazione da vendere. Fu così che fu scritturata dal Follies Theatre di Los Angeles, dove incontrò coloro che sarebbero diventati la sua manager e il suo costumista, rispettivamente Lilian Hunt e Gussie Gross. In seguito Lilian inserirà il più famoso act di Dixie Evans nel film di montaggio Too Hot to Handle, e Gussie provvederà al suo scintillante guardaroba. Tra un’idea e l’altra, Dixie giunse all’inizio degli anni Cinquanta lavorando nei luoghi più disparati. I teatri stavano vivendo una fase negativa, per cui lei stessa racconta di essersi esibita per lo più nei club e nei nightclub. Ma il suo curriculum dell’epoca vanta anche luoghi come il President Follies di San Francisco, il Rialto Theatre di Chicaco e soprattutto il Minsky’s a Newark, in New Jersey. E fu proprio uno dei celeberrimi fratelli ad andare a trovarla in camerino una sera per dirle che, data la sua somiglianza con la più grande star del cinema del momento, l’avrebbe chiamata “la Marilyn Monroe del Burlesque”. Dixie non era convinta: “Mr. Minsky, oggi tutte somigliano più o meno a Marilyn Monroe”, gli rispose. Ma Minsky, grande impresario con il pelo sullo stomaco, aveva già pronto un manifesto in cui il viso di Dixie si intravedeva, il nome Marilyn Monroe era scritto a caratteri cubitali, e a lettere molto più piccole si aggiungeva “of Burlesque”. Era chiaro che la decisione era già stata presa. Ma da quella intuizione Dixie Evans tirò fuori un personaggio indelebile, un repertorio-tributo che ancora oggi viene ricordato e imitato. Iniziò a studiare la caratteristica camminata di Marilyn, ogni suo gesto o movenza, persino il suo modo di parlare, che adottò in pubblico. I suoi act erano parodie di Marilyn Monroe… almeno fino alla sua morte. Dopo quel tragico 5 agosto 1962, a Dixie Evans parve un sacrilegio continuare a parodiare una stella che lei, in fondo, amava moltissimo e ammirava con tutto il cuore. Una donna che le aveva permesso di ottenere grande fama. Dal giorno successivo le parodie si trasformarono in omaggi, e i numeri comici divennero eleganti amarcord della diva che fu Marilyn.

Dixie Evans omaggia Marilyn Monroe

Dixie Evans omaggia Marilyn Monroe nel suo act ispirato al film “il Principe e la Ballerina”

Dixie Evans, l’imprenditrice

Intanto però, in quella dozzina di anni, Dixie Evans viaggiò in lungo e in largo negli Stati Uniti, esibendosi soprattutto a St. Louis, Chicago, Detroit, Buffalo, e Austin. Al Place Pigalle di Miami Beach fu scritturata per sei anni di fila, durante i quali lavorò senza mai un giorno di pausa. Fu

Josephine Baker

Josephine Baker: la prima Venere nera

Questa è la storia di una donna eccezionale e di un’artista fuori dal comune. Una donna forte e fiera, che dalla miseria più assoluta si è alzata in piedi ed è risalita, fino a raggiungere le stelle. Una showgirl che ha fatto della sua arte un veicolo per i diritti civili. Josephine Baker è ancora oggi un’ispirazione per molte donne e molte artiste, e dovrebbe esserlo ancor di più per tutto quello che ha fatto in difesa della libertà e dell’uguaglianza.

 

L’infanzia miserabile di Josephine Baker

Nata a Saint Louis, in Missouri, il 3 giugno 1906, Freda Josephine McDonald dovette fin da piccolissima confrontarsi con le difficoltà della vita. Portò il cognome di sua madre, Carrie McDonald, poiché suo padre, il batterista di vaudeville Eddie Carson, le abbandonò un anno dopo la nascita della bambina. Forse fu per la ferita mai rimarginata che mamma Carrie scoraggiò sempre i sogni artistici che nella piccola Freda si manifestarono già in tenera età. Ma durante quel primo anno di vita, la bimba respirò l’aria del backstage, dal momento che Carrie ed Eddie avevano insieme un act di musica e danza e non potevano permettersi una babysitter.

L’infanzia di Freda fu caratterizzata da malnutrizione e stracci di seconda mano. La piccola cantava agli angoli delle strade per pochi centesimi. A otto anni iniziò a lavorare come ragazza alla pari nelle case dei bianchi di St. Luis, ma quando fu severamente punita per aver messo troppo sapone nel bucato (la padrona di casa le bruciò una mano) se ne andò. Era giovanissima, ma intelligente: fin da subito nella sua mente furono chiari i concetti di ingiustizia e discriminazione razziale. Mai Josephine Baker si sentì inferiore a un altro essere umano. Quell’atto di ribellione fu solo l’inizio di una statement life vissuta pienamente. Nel frattempo i rapporti con sua madre iniziavano a logorarsi. La relazione fra le due donne era a dir poco difficile. A tredici anni Josephine aveva iniziato a esibirsi in qualche club, viaggiava e portava a casa soldi e regali, ma sua madre e sua sorella ridicolizzavano a tal punto la sua vena artistica che la giovane, quando sua sorella morì, non tornò a St. Luis per il funerale, anche se coprì le spese con i suoi guadagni.

Josephine Baker: Banana Dance

Dall’elemosina al palcoscenico

Josephine era tornata a scuola, ma solo per poco tempo. La povertà esigeva che si guadagnasse da vivere, il rapporto con sua madre si consumava. Ben presto fuggì di casa, si guadagnò da vivere esibendosi a cappello e raccogliendo lattine dall’immondizia. Sempre a tredici anni iniziò a lavorare come cameriera al The Old Chauffeur’s Club, e intanto continuava ad esibirsi in strada. Ai passanti piaceva, i centesimi si tramutarono in quarti di dollaro e qualcuno la notò. A quindici anni ottenne la sua prima scrittura in un vaudeville, il St. Luis Chorus. Da lì ai tour per quella che era una vera e propria Reinassance del Vaudeville il passo fu breve: il Plantation Club a New York City, le riviste di Broadway Shuffle Along e The Chocolate Dandies. Era la ballerina di fila più pagata nel vaudeville, nonostante non riuscisse a ricordare le coreografie. Si esibiva nell’encore, una posizione riservata agli artisti di colore: facce buffe e numeri di destrezza, ma eseguiti con forti elementi comici (celeberrime le sue espressioni facciali). Le “Black Face Comedies” erano proprio ciò che sua madre disapprovava e il divario fra le due si faceva sempre più incolmabile. Per questo non ci fu nulla che fece voltare indietro Josephine Baker quando le fu chiesto di andare ad esibirsi a Parigi.

 

Parigi: la nuova casa di Josephine Baker

Il 2 ottobre 1925 debuttò al Théâtre des Champs-Élysées lo spettacolo che la rese una diva: La Revue Nègre. Nella libertina Parigi degli anni Venti, la sua danza a seno nudo la fece diventare istantaneamente un idolo esotico. Dopo il tour in tutta Europa e il clamoroso successo della rivista, Josephine Baker tornò a Parigi, stralciò il suo contratto e venne scritturata da Les Folies Bergères, dove ebbe la più piena libertà creativa e gettò le basi per quello che sarebbe stato il suo stile peculiare. Con indosso poco più di un gonnellino fatto di banane, Josephine esordì nel suo act Danse Sauvage, che diventerà una delle immagini più iconiche della contemporanea Art Deco.

Miss Baker era ormai una stella che nessuno poteva oscurare. Legioni di ammiratori le dichiaravano il loro amore, gli artisti facevano a gara per immortalarla. Ernest Emingway la definì “la donna più sensazionale che chiunque potrà mai vedere”, Pablo Picasso la descrisse come la donna dalle “gambe paradisiache, gli occhi di ebano e il sorriso dove tutti gli altri sorrisi vanno a morire”. Divenne una musa per Christian Dior e F. Scott Fitzgerald. In quegli anni nacque la sua canzone più popolare, J’ai deux amours, e anche il cinema si accorse di lei. Il debutto sul grande schermo arrivò con un piccolo ruolo non accreditato nel 1924, nel film A Son of Satan, poi fu la volta di Die Frauen von Folies Bergère nel 1927. Qualche altro ruolo di medio rilievo, nello stesso anno, come quello ne La sirena dei Tropici e ne La Revue des Revues, e finalmente nel 1934 arrivò il film che segnò una svolta nella storia della Settima Arte. Con Zou Zou per la prima volta una donna di colore riceveva il ruolo da protagonista in una grossa produzione. Seguì La principessa Tam Tam, l’anno successivo, e il successo planetario insieme all’immortalità.

 

Uomini e amori vari: la vita sentimentale di Josephine Baker

Se a tredici anni Josephine aveva rapporti difficili con sua madre, il motivo non stava solo nella disapprovazione del mestiere che aveva intrapreso. Mentre si esibiva nei locali di St. Luis, si sposò a soli tredici anni con un certo Willie Wells, da

Bettie Page

Bettie Page: la regina delle pin up

Al giorno d’oggi si fa abuso di molte espressioni. Parole come “capolavoro”, “geniale” o “regina” vengono spese con gran facilità e spesso a sproposito. Siamo però certi di non sbagliare a definire Bettie Page la regina incontrastata delle pin up di ogni epoca. Con il suo sorriso da ragazzina, le curve mozzafiato e la capigliatura corvina, Bettie è diventata un’icona, qualcosa di immortale e sempre giovane nell’immaginario comune. La sua storia è nota, ma è anche infarcita di aneddoti leggendari, di miti, e di molta tristezza. Come molte altre donne entrate nel firmamento delle star, Miss Page ha avuto una vita di luci e ombre, e da sola, valorizzando ciò che aveva, ha cambiato la sua vita, dalla povertà alle stelle come una principessa delle favole. Che però, invece di ampie vesti colere del cielo, indossava regicalze e brandiva frustini.

 

Bettie Page, la ragazza modello

Seconda di sei figli, tre maschi e tre femmine, Bettie Mae Page nacque a Nashville, in Tennessee, il 22 aprile 1923. All’anagrafe registrarono erroneamente il suo nome con la Y, Betty, ma il certificato di battesimo indica “Bettie”. I suoi genitori, Walter Roy Page & Edna Mae Pirtle, divorziarono quando lei aveva dieci anni. Il padre molestava le tre figlie femmine e dava solo problemi. Un giorno rubò un’auto della polizia, fu catturato e arrestato, e la goccia fece traboccare il vaso per Edna. Dopo il divorzio, Bettie e le sue sorelle vissero per un po’ in un orfanotrofio femminile. Nelle lunghe ore trascorse nei dormitori, Bettie e le sue sorelle si divertivano a pettinarsi e truccarsi come le grandi dive, e lei imparò anche a cucire. In seguito Edna riprese tutti i suoi figli con sé e si spostò molto in cerca di una stabilità economica. Per sfamare da sola sei figli, lavorava come parrucchiera di giorno e lavandaia di notte. Fu Bettie, giovanissima, a prendersi cura dei suoi fratelli. La sua famiglia era così povera che “Eravamo fortunati se trovavamo un’arancia nella calza di Natale”, come dichiarò in seguito. Ciononostante, la nostra beniamina era anche una studentessa modello: con una media di tutte A, una volta diplomata ottenne un assegno di 100 dollari per iscriversi al Peabody College e in seguito mancò la borsa di studio universitaria per un solo quarto di punto. Da sempre appassionata di recitazione e già attiva negli spettacoli scolastici, iniziò a studiare Arte Drammatica. Anche se aveva frequentato il college per diventare insegnante, il suo sogno era fare l’attrice. Trovò il suo primo impiego così: doveva dattiloscrivere i testi per l’autore Alfred Leland Crabb. Si laureò in Arte nel 1943 e sposò il suo ragazzo del liceo, Billy Neal. I due si trasferirono a San Francisco, ma ben presto lui fu arruolato nell’esercito e andò al fronte per la Seconda Guerra Mondiale. Tornò nel 1947, lui e Bettie divorziarono.

Bettie Page fotografata da Irvin Klaw

Bettie Page fotografata da Irvin Klaw

L’inizio della carriera di Bettie Page

Nel 1950 Bettie si trasferì a New York e cominciò a lavorare come segretaria, ma il suo sogno di diventare una star non era tramontato. È ormai leggendario il modo in cui fu scoperta: in ottobre passeggiava su una spiaggia a Coney Island e fu notata da Jerry Tibbs, un poliziotto con l’hobby della fotografia. Colpito da quella figura sinuosa e da quegli occhi blu profondo, Tibbs non solo le chiese di posare per lui, ma la introdusse nell’ambiente fotografico. La disinvoltura di Bettie di fronte alla macchina fotografica erano senza precedenti: si lasciava plasmare come creta e non aveva alcun problema a posare nuda. Tibbs le presentò altri fotografi dilettanti, compreso Cass Carr, un musicista giamaicano, che la fece posare per il suo primo servizio outdoor e la introdusse nell’ambiente dei Camera Club. La ragazza, allora ventisettenne, ebbe così la possibilità di maturare un’esperienza incredibile per quei tempi così conservatori.

L’anno successivo, Bettie Page iniziò il suo sodalizio con Irvin Klaw. Fotografo, videomaker, artista di rottura, Klaw regalò a Bettie Page quello che sarà il suo tratto più distintivo: la frangetta. La immortalò in decine e decine di fotografie sexy, spesso a tema bondage e sadomaso. Le fotografie (e anche i video) venivano inviate per corrispondenza a clienti più o meno abituali. In men che non si dica, Bettie Page era un’icona in tutti gli Stati Uniti: la prima modella bondage della storia degli USA.

Bettie Page fotografata da Bunny Yeager

Bettie Page fotografata da Bunny Yeager

Bettie Page: la più grande tra le pin up

Wink, Eyeful, Titter, Beauty Parade. Sono solo alcune tra le riviste su cui comparivano le foto di Bettie Page. Ma quando comparve anche su magazine di Robert Harrison, fu sancito il suo primato tra le pin up. Nel 1954 era la più famosa a New York, e la ex modella e aspirante fotografa Bunny Yeager la volle per un servizio fotografico all’interno dell’ex parco naturale Africa-USA di Boca Raton, in Florida. La serie di scatti “Bettie nella giungla” è famosissima ancora oggi. Bettie era solita cucire da sola la lingerie che indossava, e anche l’ormai celebre abito in pelle di leopardo era opera sua. La serie comprende anche foto di nudo in compagnia di due ghepardi vivi. Bunny spedì le sue foto a Playboy e Hugh Hefner in persona si assicurò che Bettie Page venisse scritturata sul numero successivo come Playmate del mese. Suo fu il paginone centrale che festeggiava i due anni della rivista, nel gennaio 1955. Le foto di Bettie furono riprodotte ovunque, anche sui dischi e sulle carte da gioco. Si era meritata il titolo di “The Girl with the Perfect Figure”. Hefner divenne ossessionato da lei, dai suoi modi affabili, maliziosi e ingenui allo stesso tempo.

Nel frattempo Bettie era apparsa anche in diversi programmi televisivi e spettacoli teatrali. Irvin Klaw continuava a immortalarla. Sempre divertita e irriverente, Bettie Page fu la protagonista di oltre 50 filmati

Rosita Royce, the dove dancer

Rosita Royce: la signora delle Colombe

Le arti performative fanno parte del mondo dell’effimero. Si consumano nel momento in cui si perfezionano, nulla rimane dopo la loro esecuzione. Spesso solo la eco lontana di quanto un’artista possa essere stata amata. Il burlesque, più di altre forme d’arte, è soggetto all’oblio. Figlio di un’epoca in cui l’audiovisivo era un mezzo nascente, non è stato immortalato in video che possano portare a noi testimonianze integre o veritiere. Alcune star degli anni Trenta sono diventate delle vere e proprie leggende, anche quando le loro vite sono avvolte nel mistero. Come nel caso di Rosita Royce, The Lady of Doves, ancora oggi omaggiata da performer che ricordano il suo leggendario numero con i colombi.

Rosita Royce, The Dove Dancer

La misteriosa vita di Rosita Royce

Le informazioni su Rosita Royce sono davvero poche e non è nemmeno semplice verificarne l’autenticità. Sembra fosse proprio lei, per aggiungere più mistero alla sua eterea figura di star, a non permettere che circolassero troppe voci sulla sua vita privata. Sappiamo che è nata a Lincoln, in Nebrasca, nel 1918, ma il giorno è sconosciuto. Il suo vero nome era Marjorie Rose Lee, ma anche qui altre informazioni gettano un’ombra di dubbio sul cognome, dal momento che suo padre era il Dottor C.M. Corrington, un dentista, e sua madre Bertha aveva preso il nome del marito con il matrimonio. Non sappiamo se sia mai stata sposata, di certo non ha avuto figli ed è deceduta a soli 36 anni, il 24 settembre 1954. La vera causa è sconosciuta.

Jane Briggeman, nel suo libro Burlesque: Legendary Stars of the Stage, racconta le due versioni che ha ricevuto dai membri della The Golden Days of Burlesque Society. Nella prima, ammantata di leggenda, si narra della drammatica uscita di scena dal palcoscenico della vita di Rosita Royce, che una sera, di fronte a migliaia di fan adoranti, lasciò volare le sue colombe in alto. Il vento forte e la forza dei molti pennuti la fecero cadere. Lo spavento fece arrestare il cuore di Rosita e il suo corpo senza vita fu portato via, mentre i colombi si rifiutavano di lasciare il suo costume. Nella seconda versione, si attribuisce la morte della diva a un più plausibile cancro. Sua madre Bertha ha in seguito raccontato qualcosa che sembra coniugare i due racconti. Sembra che durante la Opening Night di un locale nel New French Quarter a Miami, Rosita scivolò su un mozzicone di sigaretta che il patron della serata aveva lasciato cadere sul palcoscenico e si ferì. Era il 7 agosto e la starlette fu immediatamente portata in ospedale. Lì le fu diagnosticato il cancro, purtroppo già a uno stadio avanzato. I medici tentarono di operarla, ma non ci fu nulla da fare: nemmeno due mesi dopo la diva volava in cielo con le sue colombe. I suoi resti sono a Miami, nel Southern Memorial Park.

Rosita Royce, the dove dancer

Rosita Royce: The Dove Dancer

Per capire come Rosita Royce divenne una leggenda, pur non sapendo nulla della sua vita, basterà inserirla nel contesto storico in cui è vissuta. Il momento in cui la sua stella conobbe maggiore fulgore furono gli anni Trenta. L’America usciva legalmente dal Proibizionismo nel 1933, ma la mentalità comune era ancora molto puritana. La produzione di film si era incrementata e le grandi dive come Greta Garbo illuminavano il firmamento di Hollywood. C’era qualcosa che però al cinema non poteva essere mostrato: lo striptease. Ecco perché, mentre sul grande schermo si celebrava la Golden Age, anche il burlesque viveva la sua età dell’oro. Nel 1935 si contavano più di 3.500 performer negli Stati Uniti, ciascuna determinata a non essere una meteora. La competizione e la ricerca dell’originalità erano fortissime. Rosita fu la prima a portare su un palco la Bubble Dance, eseguita con l’ausilio di un pallone gigante. Come nel caso di Faith Bacon con la sua Fan Dance, la sua più grande rivale sulla scena, Sally Rand, le “rubò” questo numero portandolo, grazie alla sua eleganza, alla sua bellezza e alla sua fama superiori, all’attenzione del grande pubblico. Al contrario della sua collega californiana, però, Rosita non ingaggiò battaglia con la Rand, piuttosto pensò a un altro numero, ancora più originale e difficile da eguagliare. Fu così che mise in piedi uno degli act più controversi della sua epoca: The Dance of Doves. Nascondendo dei semi in bocca, e fermandosi in pose molto eleganti secondo le direttive dell’epoca, Rosita premiava i suoi colombi addomesticati dando loro un seme quando facevano la cosa giusta. Il pubblico non potè credere ai propri occhi quando vide per la prima volta le colombe togliere mano a mano parti del suo abito da sera, tirando lacci e sganciando bottoni con il becco, e poi posizionarsi in punti strategici sul corpo della diva. Al posto dei ventagli, lei usava colombe vive! Il numero fu subito molto discusso, ma riscosse un successo clamoroso alla New York’s World Fair del 1939.

Rosita Royce, the dove dancer

Il successo e i problemi con la giustizia

Il numero con le colombe ebbe un successo incredibile attraverso gli anni e conobbe anche diverse varianti. Quando il celebre produttore teatrale la volle per il suo show a Broadway A Night in Venice, i colombi furono sostituiti da piccioni e la routine divenne The pigeons of San Marco. Per introdurre più esotismo, sovente Rosita utilizzò i pappagalli di diverse specie, dai macao ai cocoriti. A metà degli anni Cinquanta diverse performer avevano inserito volatili nelle loro routine. Nel frattempo Rosita Royce aveva preso parte a diversi famosi spettacoli negli anni Quaranta e aveva avuto i suoi bravi problemi con la giustizia. Non era mai stata una bellezza mozzafiato, il suo successo era dovuto all’arguzia e alla creatività. Si racconta che, arrestata per nudità, comparve di fronte al giudice e si difese dicendo

Tempest Storm

Tempest Storm: un mito vivente

Basta pronunciare il suo nome per capire tutto di lei: Tempest Storm è come un uragano che ha percorso quasi tutta la storia del Burlesque, cavalcando le luci della ribalta come se fossero solide, sorridendo e ancheggiando, mostrando il suo fisico prorompente e i suoi capelli rosso naturale.

Per chi conosce il burlesque il suo nome non è nuovo: è semplicemente la performer più amata tra le vecchie glorie, e il 29 febbraio 2016 ha compiuto 88 anni, portati in modo scintillante. È stata una delle pin-up più famose degli anni Cinquanta, insieme all’amica Bettie Page, e come Gipsy Rose Lee, Lily St. Cyr e Blaze Starr è una delle maggiori figure nella storia del burlesque. Al contrario di Gypsy, non ha inventato qualcosa di nuovo, non ha numeri particolarmente iconici. Tempest ha semplicemente eseguito performance burlesque più a lungo di chiunque altro, e lo ha fatto tremendamente bene. Il suo stile più celebre resta il solo-strip act, che è sempre stato il suo cavallo di battaglia, accompagnato spesso da sapienti movenze Bump & Grind.

Tutte possiamo ancora oggi imparare la vera essenza del teasing dalle parole di Tempest Storm: “Ciò che ha ucciso il pubblico di massa nel burlesque è stto che molte performer hanno iniziato a spogliarsi del tutto. Non è solo di cattivo gusto, ma è anche non necessario. Il segreto di un buon striptease è il lasciare quanto più possibile all’immaginazione”.

E ancora, nello specifico: “Non importa cosa dicono gli uomini, nessuno di loro vuole veramente vedere una performer che semplicemente balza fuori dai suoi vestiti. Ci vuole la comunicazione, il segreto è instaurare un contatto. Nei miei act, anche se alla fine mi resta addosso il minimo legale, in verità indosso sempre più di quello che tolgo. C’è qualcosa di psicologico in questo: una performer che riesce a comunicare modestia è più sexy di una che si spoglia e basta”.

Tempest Storm

Come la giovane Annie divenne Tempest Storm

Al pari di molte star, non solo del Burlesque, Tempest Storm è finita nello show business per puro caso, fuggendo da un’infanzia difficile. Nata Annie Blanche Banks il 29 febbraio 1928, a Eastman, in Georgia, non ha mai conosciuto il suo vero padre. I suoi si separarono quando sua madre era incinta, e Annie crebbe con un patrigno che abusava di lei. A quindici anni, per fuggire da un incubo, se ne andò di casa. Nelle sue memorie racconta come arrivò a Hollywood, con una massa di capelli rossi che tirò sulla testa per sembrare più grande, e mentì sulla sua età per iniziare a lavorare. “Ero carina, e avevo un bel fisico, ma apparivo come migliaia di altre ragazzine che vanno a Hollywood con l’idea di fare le attrici”. Lavorò dapprima come commessa, poi in un cocktail bar. Riusciva a stento a mantenersi, ma “avevo idea che se fossi tornata a casa non sarei più andata via”. Conobbe un ragazzo della sua età che le promise di prendersi cura di lei, si sposarono e 24 ore dopo il loro matrimonio era già annullato. Poco dopo successe lo stesso. Il secondo matrimonio durò sei mesi.

Le cose non andavano bene, Annie lavorava in un drive in come cameriera quando incontrò un uomo che le chiese se aveva mai pensato di lavorare nello show business. Non era l’idea che Annie aveva in testa: l’uomo voleva fare di lei una stripper.

L’uomo le fissò un appuntamento con Lillian Hunt per il Folies Theatre. Annie non ci andò: era spaventata a morte, ma l’uomo andò di nuovo a trovarla e la incoraggiò. “Fare la spogliarellista era l’ultima cosa che volevo, ma alla fine ci andai. Avevo bisogno di un lavoro, mi presero tra le ragazze della fila e mi fissarono una paga di 40 dollari a settimana. Era più di quanto avessi mai guadagnato in vita mia”.

Tre settimane dopo, Annie divenne solista, con una paga di 60 dollari a settimana, e la settimana ancora successiva Lillian Hunt le disse che aveva bisogno di un nome d’arte. Fu la stessa Lillian a suggerire Tempest Storm. “Niente di meglio?”, chiese Annie. “Che ne dici di Sunny Day?”, propose allora Lillian. Fortunatamente Annie, allora diciasettenne, scelse Tempest Storm. Non poteva saperlo, ma in quel momento stava nascendo la starlette più pagata di sempre.

Tempest Storm e Bettie Page

Una vita scintillante, non solo sotto i riflettori

A vent’anni Tempest Storm era già una superstar: cachet altissimi, spettacoli in moltissime città americane, soprattutto Reno e Las Vegas. Nel 1957 Tempest Storm diventò il suo nome anche legalmente. Era l’epitome di un nuovo burlesque, quello che si dirigeva verso gli anni Sessanta, spostatosi a Ovest, che non aveva più il suo epicentro a New York, ma che inevitabilmente sarebbe stato soppiantato da altre forme di ipersessualità: una fenice morente che brucia al massimo del suo splendore. Rimase la più pagata anche dopo, quando questa forma d’arte conobbe un periodo di declino e, in molti paesi, di oblio. Ci ha sempre tenuto a distinguersi da veterane come Gypsy Rose Lee, si è paragonata piuttosto all’amica Bettie Page, con la quale compare nelle scene dal retrogusto fetish Teasearama di Irving Klaw.

Alla fine degli anni Cinquanta assicurò i suoi seni per un milione di dollari presso la Lloyd Assicurazioni di Londra. Questi e mille altri episodi “originali” erano la sua firma: pubblicità e sensazionalismo.

Ovviamente si affacciò anche al cinema, sogno mai accantonato del tutto, ma potè recitare solo in film di genere, per lo più nel ruolo di se stessa. Tra i più importanti The French Peep Show, di Russ Meyer, Striptease Girl, Roadshow e Shock-O-Rama.

Le furono attribuiti moltissimi amori, anche con uomini importanti, tra cui addirittura Elvis Presley, Sammy Davis Jr. e il Presidente Kennedy. Invece sposò un cantante famosissimo, ultrapagato quanto lei, Herb Jeffries, uno dei più grandi crooner di sempre. La sua Flamingo aveva già venduto

Gypsy Rose Lee

Gypsy Rose Lee: la Madre del Burlesque

Il Burlesque, più di altre forme d’arte, ha tra le sue schiere di angeli fatti di curve molte dive e divine. Ma se c’è davvero una trinità de venerare, questa è composta da Lily St. Cyr, Ann Corio e Gypsy Rose Lee. Quest’ultima in particolare viene considerata come l’inventrice di ciò che oggi consideriamo burlesque: l’arte del rivelarsi a poco a poco, non solo di togliersi i vestiti di dosso, ma di stuzzicare, con sapiente e ironica malizia, chi sta a guardare. “Più tease che strip” si legge in ogni biografia di colei che passò alla storia come “la donna che inventò il burlesque”.

Come sappiamo, questa forma d’arte esisteva da tempo, ma Gypsy le conferì una forma definitiva e rispettata, per la prima volta anche negli ambienti dell’alta società e della neonata televisione.

Bella sì, ma non più di tanto, Gypsy Rose Lee si fece strada soprattutto per il suo cervello, e ancora oggi viene ricordata come la donna più intelligente nello show business burlesque, pioniera di quell’essere imprenditrici di se stesse che tanto viene sbandierato, non sempre a ragione, ancora oggi.

Gypsy Rose Lee

Gypsy Rose Lee giovanissima nello show dei fratelli Minsky e in altri celebri momenti della sua carriera

Quando era Louise: l’infanzia difficile di Gypsy Rose Lee

La storia di Gypsy Rose Lee è una strada verso l’affrancamento e l’uscita da un tunnel che solo in un modo poteva vedere la fine. Sua madre, Rose Evangeline Thompson, sposò John Olaf Hovick, venditore di spazi pubblicitari per il Seattle Times di origine norvegese, che era ancora adolescente. Il giorno delle nozze aveva già in grembo Rose Louise Hovick (vero nome di Gypsy), che nacque l’8 gennaio 1911. Sua madre dichiarò sempre il giorno successivo e frequentemente cambiò la data di nascita sia di Louise (Gypsy veniva chiamata sempre con il suo secondo nome) che di sua sorella, meglio nota come l’attrice June Havoc. La donna e le sue due figlie viaggiavano moltissimo, e per aggirare le leggi dei vari stati sul lavoro minorile, le date di nascita venivano costantemente spostate. La stessa Louise per anni non seppe quale fosse davvero il giorno del suo compleanno. Fu subito chiaro ciò che mamma Rose voleva: costrinse le sue due figlie ad estenuanti viaggi e provini, poiché voleva che sfondassero da subito nel mondo dello show business – il che la portò al divorzio dal padre delle fanciulle. L’anno successivo si risposò, ma Louise e June non hanno mai avuto una figura paterna accanto. La loro dispotica madre era tutto ciò che avevano. June, da sempre la preferita di mamma Rose, manteneva la famiglia già a due anni e mezzo, come piccola star, “La più piccola danzatrice sulle punte del mondo”. Quando June fu chiamata per comparire in alcuni cortometraggi, Louise fu lasciata a casa e riuscì almeno frequentare le scuole elementari, al contrario di June, alla quale fu insegnato a leggere dalle stage manager. In seguito Rose mise in piedi spettacoli di vaudeville, tra cui l’allora celebre Baby June and Her Farmboys, in cui Rose era la star e Louise, a cui la madre imputava una totale mancanza di talento, era relegata sul fondo. Con grande disappunto della donna, June fuggì con uno dei ballerini di fila, Bobby Reed, e lo sposò a soli tredici anni. Nonostante i loro show avessero incassato una media di 1.500 dollari a settimana, mamma Rose aveva sperperato quasi tutto il denaro.

La popolarità del vaudeville era in declino. Rose mise in piedi un altro spettacolo, Rose Louise and Her Hollywood Blondes e attribuì a Louise la mancanza di successo. La verità era che quella forma di spettacolo stava morendo, così Rose un bel giorno portò sua figlia in una Burlesque House senza spiegarle in quale disciplina artistica avrebbe fatto il suo debutto. Louise aveva quindici anni.

Gypsy Rose Lee

Gypsy Rose Lee in pose da donna fatale. Al centro: foto promozionale per il film “La bella dello Yukon”

Come Louise divenne Gypsy Rose Lee

Si dice che la starlette più attesa di quella serata ebbe una malore e non potesse salire sul palco. Si dice che Rose, attratta dalla paga, spinse sua figlia come volontaria, e che Louise fosse terrorizzata all’idea di spogliarsi in pubblico. L’audience era molto diversa da quella del vaudeville, come pure le ragazze che lavoravano allo show. Pare che Louise salì sul palco con un gonnellino di erba simile a quello delle ballerine di Hula, e che non si tolse molto di dosso. Il pubblico però rispose benissimo a questa nuova forma di “spogliarello”, che stuzzicava la fantasia più che mostrare carne. Una sera Louise ideò un finto incidente: la spallina del suo scintillante abito da sera si staccò e lei scoprì una spalla. Il pubblico, in delirio già con questo piccolo escamotage, letteralmente impazzì quando il vestito scivolò ai suoi piedi. Era nata una stella, la più fulgida nel mondo del Burlesque.

La tappa successiva era lo show dei fratelli Minsky, dove le cameriere, vestite alla francese, spruzzavano delicati profumi sugli ospiti. Nella più famosa burlesque house degli Stati Uniti era tempo di trovarsi un nome nuovo. Louise scelse Gypsy, per il suo hobby di leggere le foglie del tè, aggiunse Rose, dal suo vero nome e come omaggio alla madre, e alla fine appose Lee come vezzo. Divenne molto presto la stella di punta dei Minsky, ma apportò al tutto un sapore completamente nuovo, mescolando massicce dosi di ironia alla sensualità. La volgarità degli show dei fratelli produttori fu stemperata a tal punto che Gypsy fu scritturata molto spesso per intrattenere ai balli dell’alta società newyorkese.

Gypsy Rose Lee

Gypsy Rose Lee con indosso alcuni fra i suoi più vistosi costumi

Gypsy Rose Lee goes to Hollywood

Gypsy fu più volte arrestata in frequenti raid della polizia dai Minsky. Fu sempre rilasciata, poiché la sua mente brillante le forniva sempre qualche trucco per aggirare le

Frank Sinatra

Frank Sinatra: 100 anni di indelebili canzoni

Nasceva il 12 dicembre di cento anni fa, e quando sua madre Natalia strinse per la prima volta a sé quel fagottino a cui aveva dato nome Francis Albert, non sapeva che suo figlio sarebbe diventato una leggenda, uno dei più grandi artisti della storia, e che alcune delle sue canzoni sarebbero state pietre miliari della musica in tutto il mondo.

Nasceva umile, nella minoranza malvista degli italiani emigrati in New Jersey, e quando la sua voce emanò il primo pianto, nessuno poteva immaginare che quel grido sarebbe diventato la voce più celebre di sempre.

Era cento anni fa, in un ospedale di Hoboken, che Frank Sinatra veniva al mondo. Il più grande crooner, uno dei cantanti più celebri di sempre, nonché uno dei più prolifici: più di 2200 canzoni in oltre 60 album.

Suo padre, Saverio Antonino Martino Sinatra, dovette lasciare la Sicilia per una brutta questione legale e in seguito divenne pompiere, pugile semi-professionista e infine proprietario di un bar. Sua madre, la genovese Natalina “Dolly” Della Garaventa, emigrata con la famiglia, trovò i suoi genitori contrari al matrimonio con “Antony Martin”, ma alla fine i due si sposarono proprio il giorno di San Valentino nel 1914 a Jersey City. Si trasferiscono a Hoboken, nel New Jersey, e lì l’anno successivo nacque il loro unico figlio, che diverrà il primo teen idol della storia, ma che poi continuerà ad essere amato per generazioni.

Frank Sinatra

Alcune celebri immagini di Frank Sinatra

La lunga e intensa vita di Frank Sinatra

Per noi sarebbe impensabile cercare di riassumere qui la biografia di Frank Sinatra. La sua vita è stata davvero intensa, pregna di fatti molto significativi, di scandali e gioie. I personaggi più importanti del mondo si sono alternati di fronte ai suoi occhi.

Brevemente possiamo raccontarvi che suo padre, come molti italoamericani, non voleva che suo figlio facesse il cantante e preferiva che si trovasse “un lavoro vero”, così il giovane Frank Sinatra si barcamenò tra gli impieghi più umili, tra cui persino lo scaricatore di porto. A noi piace immaginarlo sempre con il sorriso, a spostare bancali con una coppola in testa e in bocca una canzone, ma la sua giovinezza non deve essere stata sempre spensierata.

Il giovane Francis è bravo nelle imitazioni, al liceo fa il suo debutto e viene molto applaudito dai compagni di scuola, ma suo padre non lo capisce, tanto che a un certo punto lo caccia persino di casa. Frank si trasferisce a New York, ma non ha fortuna: il pregiudizio verso gli italiani è ancora più forte che nel New Jersey. Torna a Hoboken e decide che la sua voce vale un cachet. Non importa come né quanto ci vorrà: sarà il suo canto a dargli da mangiare.

Il suo idolo è Bing Crosby, anche lui figlio di immigrati, che ascolta sempre alla radio, e Sinatra sogna di diventare come lui. Comincia quindi a esibirsi nei locali pubblici, per paghe irrisorie (7 centesimi a settimana), ma si fa subito notare per la voce profonda e insieme giovane, caldissima e per la resistenza fisica (sostiene anche 20 spettacoli a settimana). Il suo bell’aspetto gli procura un discreto successo con le donne, ma nel novembre 1938 viene arrestato e trattenuto in carcere per diversi giorni a causa di un’accusa per molestie da parte di colei che poi diventerà la sua prima moglie, Nancy Barbato.

Frank Sinatra e le sue mogli

Frank Sinatra e le sue mogli. Da sinistra in senso orario: Nancy Barbato, Barbara Blakeley, Ava Gardner, Mia Farrow

Frank Sinatra e le donne: quattro matrimoni e molti flirt

Quando conobbe Nancy, Frank lavorava per il padre di lei e la madre Dolly voleva vedere il suo unico figlio “sistemato” con una brava ragazza italiana. Sappiamo che Frank iniziò a corteggiarla a 19 anni. Sulla denuncia, l’arresto e su come furono sistemate le cose le informazioni sono contrastanti (potrebbe trattarsi persino della barbara pratica del matrimonio riparatore, allora in uso in Italia), fatto sta che lei fu la madre dei suoi figli: Nancy, Frank Jr. e Tina. Il loro non fu un matrimonio felice: marito e padre assente, Sinatra era fagocitato dalla fama e le altre donne erano una tentazione alla quale raramente resisteva.

Frank Sinatra ebbe quattro mogli. Nove giorni dopo il divorzio con Nancy sposò Ava Gardner, con la quale conviveva già da due anni. Il loro matrimonio durò pochissimo, dal ’51 al ’53, ma divorziarono ufficialmente solo nel ’57. Dopo fu la volta di Mia Farrow, nel 1966. Anche questo matrimonio durò solo due anni, ma Frank e Mia ripresero a frequentarsi in seguito, tanto che in molti sostengono che il figlio di Mia Farrow e Woody Allen, Ronan, sia in realtà di Sinatra. Nel 1976 Frank Sinatra sposò Barbara Blakeley, ex moglie di Zeppo Marx, e lei gli rimase accanto fino alla morte. Frank però non smise mai di cercare di convincere Ava Gardner a tornare con lui.

Negli anni molti flirt sono stati attribuiti a Sinatra: tra le celebrità citiamo Lauren Bacall, Grace Kelly, Angie Dickinson e Victoria Principal. Durante i suoi viaggi in Italia ci fu chi sostenne anche una liason con Raffaella Carrà. Nessuno di questi fliert fu mai confermato; invece è vero che Frank corteggiò senza successo un’attrice italiana, la meravigliosa Virna Lisi, che conobbe sul set del film U-112 Assalto al Queen Mary.

Frank Sinatra e il suo Oscar

Frank Sinatra con l’Oscar come miglior attore non protagonista e nel ruolo di Angelo Maggio in “Da qui all’eternità”

Il premio Oscar Frank Sinatra

Certo, Frank Sinatra è il crooner più famoso di tutti i tempi. È “The Voice”, e questo dice già tutto. Ma in molti ignorano che Sinatra fu anche un acclamato attore e che vinse addirittura

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