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Blog Posts by Federica Aliano

Intervista a Madama Dea

Madama Dea: intervista alla Erotic Designer

Tutto è iniziato con dei foulard. Tra drappeggi e pieghe, facevano capolino delle donnine poco vestite, ammiccanti, deliziosamente leziose. Un erotismo divertente e divertito, non ostentato, da indossare senza necessariamente mostrarlo. L’autrice di tale ammiccante beltà è Madama Dea, al secolo Dea Curic, croata, che ha iniziato come designer per noti brand di moda prima di intraprendere il suo personalissimo cammino artistico. Dea vive a Milano, dove realizza le sue peculiari e inconfondibili illustrazioni, e come tutte le menti vulcaniche, non riesce a fare una cosa sola nella vita. Noi l’abbiamo intervistata perché indossare i suoi accessori non ci bastava più: dovevamo farla conoscere a quante più persone possibile!

Ciao Dea! Come è nata in te l’idea di realizzare questi accessori così peculiari?

Sono una designer e quattro anni fa mi sono ritrovata a fare la freelance di moda, ossia realizzavo illustrazioni per tessuti stampati che andavano a finire nelle collezioni di importanti fashion brand. Tuttavia, ho sempre sentito l’impulso di creare mille cose, non sono mai riuscita a farne una soltanto. Ho iniziato allora a creare stampe mie, ma riuscire a realizzarle a metro per tessuti era complicato. Quindi ho cominciato a pensare illustrazioni adatte a foulard e pochette da uomo.

 

E i disegni sui foulard Madama Dea sono quasi sempre donnine succinte…

Esatto: sono ispirate ai bordelli degli anni Trenta. Disegno donnine da sempre, quando ero ragazzina le disegnavo sui muri. Poi mi sono orientata un immaginario più raffinato e che a volte strizza l’occhio al panorama burlesque.

Madama Dea: i foulard

Madama Dea: i foulard

E da qui anche il tuo nome: Madama Dea.

Il nome Madama Dea deriva dalle madame dei bordelli che si prendevano cura delle proprie ragazze. Il progetto continua ancora oggi ad evolversi. Il concept è quello della madama che si prende cura delle nostre vite, soprattutto dal punto di vista sentimentale e anche sessuale.

E oggi Madama Dea non realizza solo foulard…

Ho iniziato con i foulard per le donne e le pochette per gli uomini. Era il prodotto più semplice per mostrare le illustrazioni, ma non riesco a identificarmi con un solo prodotto. Non è tanto il foulard di Madama Dea che si possiede, quanto l’immaginario della Madama. Porto avanti più un immaginario che un prodotto specifico. I foulard erano solo l’inizio, ora si stanno aprendo tante nuove porte.

Madama Dea: le pochette da uomo

Madama Dea: le pochette da uomo

Primo fra tutti, il fumetto di Madama Dea!

Si intitola Supermadama. È un fumetto a puntate pubblicato attualmente da GQ online. Rispetto alle donnine degli anni Trenta, vado più avanti temporalmente e mi concentro sul periodo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Viste le mie illustrazioni, e dato che in passato ho realizzato sul mio sito delle piccole favole erotiche, mi hanno proposto di fare un fumetto ispirato alle supereroine del passato. Con Supermadama racconto avventure di cuore in chiave ironica, per sdrammatizzare la realtà.

E per ora il fumetto è a puntate. Diventerà un volume?

Sono una grande appassionata di fumetti, soprattutto di graphic novel, infatti sto cercando di proporre anche un lavoro più corposo, che vedrà la mia protagonista al centro di un’avventura con più respiro.

 

Certamente saprai come nell’opinione pubblica il fumetto erotico sia considerato ancora appannaggio maschile…

Devo dire che questa cosa mi ha sorpresa. Dopo l’uscita della prima striscia, le reazioni delle donne sono state pazzesche. Gli uomini invece ancora si chiedono perché una donna faccia fumetto erotico. L’immaginario sta cambiando: le donne sono sempre in prima fila quando si tratta di seguire l’immaginario erotico, anche negli show burlesque. Questa cosa però non mi fa paura.

Madama Dea: il fumetto Supermadama

Madama Dea: il fumetto Supermadama

Il tuo erotismo è molto raffinato e mi sembra che siano più le donne ad apprezzarlo.

Sono molti meno gli uomini che riescono ad apprezzare certe cose. Ci sono anche uomini intelligenti, che stanno cominciando a capire che l’erotismo può essere anche qualcosa di diverso, ma si tratta di una percentuale ridicola se confrontata alle donne che apprezzano la fruizione erotica in maniera raffinata. Gli uomini cercano un erotismo più diretto, in generale. Ma sono molto fiera di lavorare per le donne. Mi arrivano lettere di donne che dicono che grazie a me hanno ripreso a curarsi, a indossare lingerie sexy anche se hanno tre figli, che riscoprono il piacere di essere donna. C’è bisogno di ricordarci ogni giorno che siamo donne, che siamo bellissime, e che questo bisogno è solo per noi stesse.

 

Un concetto che sembra dimenticato: oggi si pensa che una donna debba essere sexy solo per il piacere altrui.

Un’amica si lamentava con me del fatto che gli uomini nemmeno la guardano più la lingerie sexy… Ma io la indosso per me stessa. Sapere che sotto l’abito indosso qualcosa di sexy mi fa sentire meglio. Anche il foulard, tu lo pieghi e magari nessuno sa che dentro le pieghe ci sono donnine nude stampate, ma ti fa sentire diversa.

 

Un modo discreto per mantenere il nostro contatto con l’eros, senza mostrarlo.

Siamo tutti dei voyeur. Chi lo fa in maniera aperta, chi meno sincera. Ma a tutti noi piace guardare, più che mostrare. Tra le altre cose sono anche art director di Cap 74024, una rivista di moda, eros e arte, che pone l’accento proprio sul voyeurismo.

Madama Dea: le illustrazioni per stoffe da tappezzeria e complementi da arredo

Madama Dea: le illustrazioni per stoffe da tappezzeria e complementi da arredo

E oltre a tutto ciò, continui anche a disegnare per i grandi brand di moda…

Lavoro con marchi più grandi e per loro illustro stoffe stampate. Ma questo esula dall’immaginario della madama: sono lavori in cui riesco sempre a esprimere me stessa, ma in modo più velato.

 

E sei un’insegnante di ballo…

Sono socia della Boogie Milano, insegno rockabilly. Sto progettando una scarpa

Jerry Lewis

Jerry Lewis: il re della Commedia

“Se saprai ridere almeno una volta al giorno, allungherai la tua vita di almeno dieci anni”.

Era la stessa ricetta di Charlie Chaplin, quella consigliata da Jerry Lewis: una risata al giorno, qualunque cosa succeda. Del resto, era uno dei suoi idoli, quello che gli fece nascere la prima battuta – o almeno così raccontava.

Joseph Levitch è nato a Newark, il 16 marzo 1926, ed è stato anche lui un immenso interprete e un ancor più bravo regista. Una pietra miliare per tutti coloro che amano la musica, la recitazione, l’arte che va dagli anni Quaranta ai giorni nostri. Soprannominato The King of Comedy, in Italia è conosciuto soltanto come Picchiatello. Noi che fatichiamo sempre a riconoscere quanto sia più grande il genio di chi fa ridere rispetto a chi fa piangere, fummo gli unici al mondo a stroncare i suoi esordi registici, ma fortunatamente l’Italia non giocò un ruolo decisivo nella felicità di Jerry Lewis. Del resto “La felicità non esiste, quindi dobbiamo fare in modo di essere felici senza”, avrebbe risposto lui.

Jerry Lewis giovane

Il giovane Jerry Lewis

Il cabaret nel sangue: l’infanzia di Jerry Lewis

Joseph nacque in New Jersey, da due immigrati russi di origine ebraica: Rachel “Rae” Brodsky e Daniel Levitch, attore di Vaudeville. La sua infanzia fu itinerante: sin da subito iniziò a respirare l’aria dei backstage e dei piccoli teatri di provincia, in cui suo padre si esibiva. A soli cinque anni calcò per la prima volta le assi del palcoscenico, come componente di un coro. Quando arrivò l’età scolare, i genitori lo dovettero affidare a una zia di Albany, ma la sua carriera scolastica non fu brillante. Il piccolo Joseph non eccelleva nello studio, ma nelle imitazioni dei suoi insegnanti. Durante gli anni del college, a Irvington, si fece cacciare per aver picchiato un professore che parlava male degli ebrei. Jerry fu sempre suscettibile sul razzismo e sulle sue origini. Solo uno dei suoi più cari amici, Frank Sinatra, in seguito si sarebbe rivolto a lui salutandolo ogni singola volta con un “Come stai, ebreo?”, e questo a Jerry Lewis piaceva da morire. Del resto, i suoi best friend erano figli di immigrati italiani: oltre a Frank c’era una tale Dino Crocetti, che poi sarebbe diventato Dean Martin.

A soli diciotto anni Jerry Lewis si sposò per la prima volta. Patti Palmer, nata Esther Calonico, era una cantante di Vaudeville che poi sarebbe diventata anche attrice. Il loro matrimonio durerà ben trentasei anni, durante i quali i due avranno ben sei figli: Gary, Ronald, Scott, Christopher, Anthony, e Joseph. Quest’ultimo è deceduto nel 2009, a soli quarantacinque anni, per un’overdose da narcotici. Jerry Lewis è un amante della famiglia, un esempio di marito e padre amorevole. Singolare, visto che una delle sue più celebri battute recita che “Esistono molte ragioni per i divorzi, ma la principale resta il matrimonio”.

Jerry Lewis e Dean Martin

Jerry Lewis e Dean Martin – con Marilyn Monroe

Jerry Lewis e Dean Martin: meglio del dinamico duo

Senza un titolo di studio e giovane padre di famiglia, Jerry Lewis iniziò a guadagnarsi da vivere grazie a piccoli lavori occasionali, alcuni dei quali sarebbero poi finiti nei suoi sketch. Commesso, magazziniere, fattorino in un albergo, maschera in un cine-teatro di Brooklin. E qui, durante gli intervalli, non resisteva alla tentazione del palco: ci saliva e imitava i cantanti famosi in playback. Naturalmente gli altri dipendenti ridevano, il proprietario lo notò e, dal momento in cui fu sicuro che il giovane fosse esentato dal servizio militare a causa di un’otite, lo fece debuttare. La prima tournée nella quale adottò il suo nome d’arte prese il via nel 1944.

Due anni dopo, il 26 giugno 1946, avvenne un episodio singolare che avrebbe cambiato la vita di due giovani figli di immigrati. Un attore della compagnia era assente e non c’era nessun sostituto. Jerry propose di far salire sul palco il suo amico Dino. Il successo fu clamoroso.

“Perché voi due non mi avete detto di avere un numero insieme?”, chiese il produttore. “Perché non lo sapevamo!”, rispose Jerry. La verità è che i due ragazzi improvvisarono, come erano soliti fare nel tempo libero. Fu quello l’inizio di un sodalizio che durò dieci anni. Jerry Lewis e Dean Martin furono la coppia comica più famosa dell’epoca. Uno affascinante, l’altro impacciato. Uno sicuro di sé, l’altro pieno di tic e smorfie isteriche. Mentre Bob Hope e Bing Crosby tenevano ancora banco, il pubblico aveva bisogno di un duo più giovane, con battute fresche e gag nuove. E fu proprio la loro incredibile capacità di improvvisare, di non avere mai un copione studiato a tavolino, a decretarne il successo. Lo stesso pubblico poteva partecipare anche per più sere di seguito ai loro show: sul palco non si sapeva mai dove quei due sarebbero andati a finire e lo spettacolo era sempre diverso. La Paramount Pictures offrì loro un contratto per portare sul grande schermo alcune tra le loro gag più famose. Nacquero così La mia amica Irma e Irma va a Hollywood. Jerry Lewis e Dean Martin lavorano insieme in ben sedici lungometraggi, dalle scene indelebili come quella in cui Jerry gioca a carte con uno scimpanzé che beve e fuma. Trasmissioni radiofoniche, partecipazioni televisive, centinaia di ingaggi teatrali. I due incisero diversi dischi che finirono subito nelle hit nazionali. Nel 1952, una delle migliori epoche per il fumetto, la DC Comics pubblicò una serie a loro dedicata, The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis.

Jerry Lewis e le sue smorfie

Alcune delle espressioni più celebri del “picchiatello” Jerry Lewis

La separazione e la carriera solista di Jerry Lewis

Dieci anni dopo il loro esordio insieme, questo duo di incredibili comici annunciò la separazione. Le ragioni erano personali: Jerry metteva

LouisPrima

Louis Prima: la leggenda dello swing italoamericano

Circa venti anni fa, mi trovavo in Inghilterra durante l’estate, in un paesino a nord di Londra, nel Bedfordshire.

Con alcuni amici in un pub conosciamo un gruppo di ragazze:

“Italian? –mi fa una di loro– my dad loves Italian music, the opera, Pavarotti!”

“ I don’t know much about opera” risposi io.

“My dad also likes an Italian swing singer from the 50’s, Louis Prima “

“Louis who? Prima? Italian swing singer, probably Renato Carosone, or Fred Buscaglione!”

“Louis Prima – ripeteva lei – He was Italian! Don’t you know him?”

No, non sapevo chi fosse, ed io ero gia allora appassionato di musica anni 50. Nessuno dei miei amici lo conosceva, e qualche giorno dopo lo domandai a mio padre per telefono, lui che negli anni 50 è cresciuto. “Mai sentito nominare – disse – eppure io i cantanti di quegli anni li conosco tutti, ma sei sicuro che sia Italiano?”. Quindi l’autore di Just a Gigolo, Sing Sing Sing, Angelina, uno degli inventori del Jive, modello di riferimento di tutte le band del revival swing, ebbene questo signore in Italia era un illustre sconosciuto, e in gran parte lo è ancora.

Louis Prima

Da New Orleans a New York: l’inizio di Louis Prima

Louis Prima è, in effetti, italoamericano, perché nasce a New Orleans, in Louisiana, il 7 dicembre 1910 da genitori siciliani, secondo di quattro figli. La madre Angelina amava la musica, e volle che tutti i figli imparassero a suonare uno strumento. Louis iniziò con il violino, andava a lezione dai preti della sua parrocchia, ma New Orleans è la patria del jazz, e ben presto ebbe la possibilità di vedere all’opera i musicisti jazz di colore, come Louis Armstrong. Lasciato il violino, passò alla cornetta e poi alla tromba. Cominciò a suonare nei locali del French Quarter di New Orleans con altri italoamericani, principalmente ragtime, swing, traditional jazz. Con la grande depressione del ‘29, molti musicisti del sud emigrarono al nord, Chicago, New York. Anche Louis arriva nella Grande Mela all’inizio degli anni Trenta, mette insieme una band che chiama The New Orleans Gang e comincia a suonare nei più noti jazz club di Manhattan. In quegli anni firma il primo contratto discografico con l’etichetta Brunswick, e registra una serie di canzoni, That’s Where the South Begins, Long About Midnight, Jamaica Shout, The Lady in Red ma soprattutto Sing Sing Sing, che divenne un grande successo con l’orchestra di Benny Goodman.

 

Italoamericana: la cifra stilistica di Louis Prima

Arriva l’era delle big band e Louis si sposta in California, dove operano tutte le grandi orchestre come quelle di Duke Ellington, Glenn Miller, Cab Calloway: ma questa formula per lui non funziona, troppo dipersiva, la sua natura di istrione e commediante ne risente. Louis è un animale da palcoscenico, ha bisogno di tutta l’attenzione del pubblico su di sé. Ritorna a New York negli anni Quaranta e lì ha il colpo di genio: si ricorda delle canzoni napoletane e siciliane che suo padre gli cantava da bambino, come Ohi Mari’ e C’è la luna in mezzo o’ mare, le riarrangia inserendo jazz, swing, boogie woogie. Mescola i dialetti italiani con l’inglese, scrive altri pezzi originali con la stessa formula, Angelina, Please No Squeeza Da Banana, Felicia No Capicia. Il successo è travolgente: al famoso Strand Theatre di New York suona per sei settimane di fila, incassando mezzo milone di dollari. Gira in tour per tutti gli Sati Uniti, registrando sold out in ogni città. A un concerto a Detroit è presente Eleanor Roosevelt, che lo invita a suonare alla Casa Bianca per il compleanno del Presidente Franklin D. Roosevelt.

Louis Prima

Louis Prima fa fortuna in Vegas

All’inizio degli anni 50 si sposta a Las Vegas, dove forma una nuova band con la cantante Keely Smith, che poi diverrà sua moglie, e il sassofonista Sam Butera, altro italoamericano di New Orleans. La città dei casinò è il suo posto ideale, i suoi spettacoli di musica e cabaret sono perfetti per il pubblico dei grandi hotel di Vegas. Comincia al Sahara Hotel, ma poi passa al celeberrimo Desert Inn, dove ha un contratto in esclusiva della durata di cinque anni, per tre milioni di dollari. Nel 1955 firma con la Capitol Records, con la quale incide i suoi due dischi più famosi, The Wildest e The Call of The Wildest: il primo contiene quello che forse è il suo brano più conosciuto, Just a Gigolo. Nel 1961, invitato da Frank Sinatra, ritorna alla Casa Bianca: i due Italians cantano Old Black Magic per il presidente John Fitgerald Kennedy. Nel 1967 Walt Disney lo chiama per dare la voce a King Louie, l’orango protagonista del cartoon Il Libro della Giungla. La canzone I Wanna Be Like You, che Louis canta nel film, divenne un successo planetario che continua ancora oggi.

 

La fine, l’oblio e la risalita con il neo swing

Negli anni Settanta rallenta la sua attività a causa di crescenti problemi di salute. Accusa una serie di infarti che lo costringono all’immobilità, e infine muore a New Orleans nel 1978. Louis Prima viene dimenticato, le sue canzoni italoamericane cadono nell’oblio, fino a quando nel 1985 David Lee Roth, cantante del gruppo metal Van Halen, riprende Just a Gigolo e la riporta al successo mondiale. Il revival dello swing sta per arrivare, e negli anni 90 molti gruppi del movimento “neo swing” riprendono le canzoni di Louis Prima.

Nel 1998, poco tempo dopo il mio incontro con la ragazza nel pub, il celeberrimo spot televisivo della GAP “Khaki Swing”, riporta definitivamente in auge un ballo e una musica del passato tornati di gran moda. Il ballo era il Lindy Hop, la canzone era Jump and Jive, del grande Louis Prima.

Il grande cantautore riposa

Halloween makeup

Halloween makeup: i consigli di INGLOT Italy

Halloween sta arrivando e con lui tutto l’immaginario horror e divertente che puoi immaginare. Ormai da diversi anni questa festività viene celebrata anche da noi, con party a tema, concerti e spettacoli. Anche chi resta in casa, viene raggiunto da una programmazione televisiva appositamente studiata. E siccome anche per noi di Les Folies Retro ogni occasione è buona per fare festa, abbiamo pensato di darti dei consigli su come realizzare un perfetto Halloween Makeup, naturalmente di ispirazione vintage!

 

Il tuo Halloween makeup non sarà più un problema

Quando si riceve un invito a un party a tema Halloween, solitamente la prima reazione è di grande entusiasmo. Ma subito dopo arriva la fatidica domanda: come mi trucco? Sia che tu decida di indossare una maschera che di partecipare con un abbigliamento solo vagamente a tema, il tuo Halloween makeup deve essere impeccabile. Inoltre, molto spesso, un trucco ispirato agli horror vintage del cinema è perfetto per queste occasioni. Per realizzarlo, abbiamo chiesto il supporto di INGLOT Italy, che da sempre supporta le nostre attività. Alice Onori, la make-up artist che insegna Trucco d’epoca e vintage anche nei nostri corsi e workshop, ha studiato una soluzione di sicuro effetto e di grande versatilità.

Halloween makeup: INGLOT Italy

Contrasti: la base del tuo Halloween makeup

Quando ti accingi a truccare il tuo viso, sai benissimo che la base è l’elemento fondamentale che determina la buona riuscita del tutto. Per il tuo Halloween makeup devi giocare sui contrasti: colori forti e intensi su occhi e labbra, mentre l’incarnato deve essere chiarissimo. Dopo aver steso il primer sulla pelle (e un altro specifico sulle palpebre, dove la pelle è più delicata), azzera le imperfezioni e gli arrossamenti con i correttori albicocca e verde, quindi stendi uniformemente un fondotinta di un tono più chiaro rispetto al tuo incarnato. Pettina le sopracciglia e quindi definiscile bene con un prodotto apposito. Non aver paura di rinforzarle troppo: con il resto del trucco saranno abbinate alla perfezione.

 

Colori forti e qualche tocco originale

Lo sguardo è fondamentale per ottenere l’effetto desiderato con il tuo Halloween makeup. Realizza il più classico degli smoky eye partendo da un khol nero, ma poi nelle sfumature (che realizzerai con dei pennelli a lingua di gatto e con uno tondo per l’arcata superiore) introduci i toni del rosso o del viola. Realizza dei punti luce sotto il punto più alto delle sopracciglia e agli angoli interni degli occhi, sfuma con un ombretto avorio. Osa le ciglia finte! Se ti mascheri, scegline un paio adatte al tuo costume, altrimenti lascia correre la fantasia a briglia sciolta e applicane di insolite e divertenti. Per le labbra, la tendenza dell’anno è il color vinaccia, perfetto se lo arricchisci con un tocco di pigmento iridescente al centro della bocca, danto anche più corpo e volume. Completa il tutto con un leggero contouring in polvere a sottolineare gli zigomi.

 

E ora, guarda il video realizzato da INGLOT Italy per Les Folies Retro!

Matrimonio burlesque: Manuela e Francesco

Matrimonio burlesque: Manuela e Francesco

I matrimoni a tema sono quelli che noi preferiamo. Hanno un’identità che solitamente unisce le passioni dei due sposi, parlano di loro più di mille parole. Per questo siamo letteralmente impazziti quando una coppia di sposi ci ha contattato perché stava organizzando un matrimonio in stile vintage. Di più: molte caratterizzazioni ne facevano proprio un matrimonio burlesque!

Manuela e Francesco sono amanti dello stile retrò… a chi altri avrebbero potuto rivolgersi?

“Conoscevo Les Folies Retro perché ero andata a vedere uno show di fine corso base della scuola di burlesque”, racconta Manuela quando le chiediamo come ha pensato a noi. “Poi, organizzando il matrimonio, ho conosciuto Vanessa Filippi tramite Magnolia Eventi, che ha curato l’allestimento e il catering. Mi sono detta che il mondo è piccolo!”.

Matrimonio burlesque

Photo by Giuseppe Fantini & Simone Pierucci

Matrimonio burlesque: un tema poco convenzionale

Il Vintage Wedding è uno dei quattro trend che saranno presentati a Fall In Love, il primo happening sul matrimonio creativo a Roma. Ma sebbene sia un tema che va sempre per la maggiore, non ci aspettavamo che addirittura una sposa volesse andare nell’ambito specifico del burlesque. “Il tema l’ho scelto perché studio il burlesque e mi piace”, spiega Manuela. “Sul retrò non c’è mai stato dubbio perché sia a me che a mio marito piace lo stile vintage, in realtà più un pop anni ’50. Con Andrea Notarberardino alla creazione degli allestimenti, Magnolia ha ricreato uno stile retrò più ricercato. Sono molto soddisfatta. Avevo suggerito ad Andrea degli elementi, come piume, perle… Abbiamo deciso la composizione del tavolo insieme, ma tutto il resto è stato una sorpresa, ed è stato meglio di quanto immaginassi!”.

E anche Francesco, lo sposo, è stato molto soddisfatto del tema vintage. “Anche a lui piace lo stile retrò e un look generale più sofisticato ha accontentato entrambi, soprattutto perché era più adatto al matrimonio”.

Matrimonio burlesque

Photo by Giuseppe Fantini & Simone Pierucci

Les Folies Retro e l’intrattenimento a un matrimonio burlesque

Chiaramente Les Folies Retro è stata essenziale per arricchire il matrimonio del giusto intrattenimento a tema. “La giornata è andata benissimo”, continua a raccontare Manuela. “Prima si è svolto un rito simbolico, con il cerimoniere di Les Folies Retro. Nella villa dell’Agrivillage c’è una quercia secolare e il rito si è svolto lì sotto. Abbiamo scelto il rito della luce e pronunciato le nostre promesse, sono state molto emozionanti”.

Dopo l’emozione dei due sposi che si congiungono, si passa al divertimento! “Inés Boom Boom è stata spettacolare, è piaciuta a tutti gli ospiti!”, dice Manuela. “Ci ha coinvolto tutti sin dall’aperitivo. Ho ballato tutto il tempo, non ho quasi toccato cibo! Dopo la cena, il dj Coppola Joe, ci ha accompagnato con la sua musica, mi sono divertita da matti!”.

A un matrimonio ci sono anche dei momenti che coinvolgono gli invitati, come il lancio del bouquet e della giarrettiera. “Nel momento della giarrettiera, ho voluto improvvisare dei piccoli numeri burlesque con le mie amiche. Era una sorpresa, sia per Francesco che per gli invitati. Ho comprato i ventagli di piume, le mie amiche hanno tolto il guanto mentre io improvvisavo una fan dance. Alla fine Francesco mi ha tolto la giarrettiera. Dopodiché abbiamo ballato e tutti si sono divertiti moltissimo”.

Matrimonio burlesque

Photo by Giuseppe Fantini & Simone Pierucci

L’importanza di un’organizzazione perfetta

Quando una sposa si avvicina al grande giorno, l’ansia crescente si fa sentire. Ma affidandosi a professionisti che organizzano eventi da molto tempo, molte preoccupazioni magicamente svaniscono. Così è stato per Manuela e il suo matrimonio burlesque: “Ho un amore profondo per Vanessa Filippi”, dichiara la neo sposa sulla nostra direttrice artistica. “È stata bravissima sia ad organizzare che a togliermi un gran numero di ansie. Mi ha dato moltissimi consigli, è stata davvero molto disponibile”.

Non dimentica nessuno, la dolce Manuela, nemmeno il fotografo Giuseppe Fantini e i suoi assistenti, che le lasceranno i ricordi indelebili del Grande Giorno.

“Il fatto è che non è più come i matrimoni di una volta, dove ti siedi, ti gonfi di cibo e ti annoi persino. Noi ci siamo divertiti moltissimo”, conclude con grande entusiasmo. “È stato emozionante, elegante: la villa, il cibo, la musica… Ho ricevuto complimenti per giorni e giorni. E ancora se incontro qualcuno che c’era, mi fa i complimenti. Tutti questi ringraziamenti sono sinceri perché è stato migliore delle aspettative. Mi sposerei altre cento volte per poterlo rivivere!”.

ginger bread head

Ginger Bread Head: intervista alla vintage designer

Come accade che una giovane designer laureata in disegno industriale diventi una delle più ricercate acconciatrici vintage? Lei è Ginger Bread Head, e il suo blog è pieno zeppo di consigli sul look e sul fai-da-te in stile vintage. Potevamo, noi di Les Folies Retro, non notarla? Cinema, eventi dal vivo, matrimoni e naturalmente i videoclip dei gruppi vintage più in voga al momento.

E come se questo non bastasse, ci sono anche i dolci! Già, perché le mani di Ginger Bread Head o sono fra i capelli di qualcuno o sono in pasta per cucinare prelibate dolcezze. Tra acconciature vintage e cupcakes, ricrea un’atmosfera in puro stile americano anni ’50.

Abbiamo fatto una chiacchierata con lei, e abbiamo scoperto che quel pizzico speziato di zenzero ce lo ha proprio nella sua personalità.

 

Come ti sei approcciata a un lavoro così creativo?

Il mestiere di hairstylist nasce da una mia passione che iniziò a prendere forma nel 2007: acconciavo me e le mie amiche per le feste rockabilly. Poi è diventato un mestiere perché ho iniziato ad acconciare per matrimoni, sfilate e party a tema, servici fotografici, eventi vari. Nell’ultimo anno specialmente mi sono trovata a collaborare sui set di alcuni cortometraggi, e a realizzare acconciature non solo vintage, ma anche contemporanee o addirittura storiche. Sono mie le acconciature nel video de Ladyvette Tutti quanti vogliono fare swing.

 

Il nome che ti sei data, Ginger Bread Head, è molto originale: da dove viene?

Gingerbread man è l’omino di pandizenzero, quindi il gioco di parole significa “testa di pandizenzero”, testa rossa. Il logo rappresenta me con una cupcake in mano che alposto della ciliegina ha un occhio umano sanguinante. È un riferimento a Sweeeny Todd. I clienti che non si comportano bene, finiscono nei mei dolci!

Ginger Bread Head

Ginger Bread Head – Foto di Marco Tamburrini

Già, perché tu sei anche famosa per i tuoi dolci… Che tipo di studi hai fatto prima di avviare il tuo progetto così diversificato?

Ho studiato da designer, indirizzandomi al disegno industriale, e poi ho preso un master in food design. La passione per l’acconciatura è nata in parallelo, inizialmente lo avevo preso come un hobby, ma poi mi sono più orientata verso questo settore. La mia attitudine è la ricerca, la progettazione, quindi dico sempre che progetto i dolci e i capelli. Poi è l’amore che porta a concretizzare questi progetti.

 

E concretizzandoli hai aperto anche un blog…

Il blog è nato perché, postando sempre cose che trovavo in giro sui social, le persone più curiose hanno iniziato a chiedermi informazioni. Quindi ho iniziato a pubblicare sugli argomenti più richiesti anziché rispondere a singolarmente e privatamente su Facebook.

 

In questo momento Ginger Bread Head è concentrata su qualche progetto in particolare?

Ho presentato un progetto ad America Graffiti, la catena di american diner in stile rockabilly, infatti alcuni video sul mio blog sono stati realizzati proprio per il loro format. All’interno dei loro ristoranti hanno dei televisori. Anziché mandare Mtv, hanno scelto di proiettare dei video a tema. Sono tutorial sul beauty, il make-up e l’acconciatura.

Ginger Bread Head: acconciature

Alcune acconciature di Ginger Bread Head – Foto di Marco Tamburrini

Descrivici la giornata tipo di Ginger Bread Head.

Può variare molto a seconda dei lavori. In questo momento sto collaborando con la Baburka Production, una produzione cinematografica indipendente di Torpignattara. Stanno realizzando Effectus, il primo evento in Italia di effetti speciali per trucco al livello cinematografico e televisivo. Si terrà presso Ex Lanificio il 15 e il 16 ottobre. In questo momento specifico collaboro per dare una mano per l’evento, insegno all’Andrea Pop Academy: acconciatura sposa e base. Spero a breve di realizzare un corso di self hair style per insegnare chiunque a farsi i capelli da sola.

Come avviene la fase di ricerca nel tuo processo creativo? Parti alla ricerca di qualcosa di specifico o accumuli senza sosta quello che trovi in giro per poi ripescarlo al momento opportuno?

Un po’ random e un po’ in base ai progetti che mi commissionano. Ho lavorato a una fiction di produzione USA, e purtroppo da noi ancora inedita, Santa Brigida. Dal momento che è ambientata nel 1200, ho fatto molta ricerca per elaborare il personaggio e la sua acconciatura. Raccolgo tutto quello che mi colpisce quando viaggio, metto da parte foto, sono sempre su Pinterest. Sto cercando di limitarmi come accumulatrice compulsiva, ma è difficile.

 

E quando non ha le mani nei capelli di qualcuno, cosa fa Ginger Bread Head?

Mi piace leggere e cucinare. Quello dei dolci è rimasto un hobby. La torta che mi viene meglio? La carrot cake.

Carmen Miranda

Carmen Miranda: the Brazilian Bombshell

Se c’è una star che fa pensare all’estate, quella è senza dubbio Carmen Miranda. Iconica, ironica, eccessiva e sensuale, l’epitome dell’esagerazione scenica, colei che ispirò in larga parte gli odierni show di drag queen, la pioniera del Tropicalismo in Brasile. La prima star latinoamericana a imprimere le impronte delle sue mani a Hollywood, la prima a divenire una diva nell’entertainment a stelle e strisce. Basta nominarla e alla mente arrivano subito immagini di copricapi multistratificati di fiori e frutta, ma oltre al suo indelebile look che ha lasciato il segno nel mondo dello spettacolo e non solo, oggi vogliamo raccontarvi la sua vita.

 

Dal Portogallo al Brasile: l’infanzia di Carmen Miranda

Maria do Carmo Miranda da Cunha nacque in Portogallo, seconda di due figlie, in una cittadina nella parte nord del paese, il 10 febbraio 1909. Quando la piccola Maria aveva solo dieci mesi, suo padre emigrò in Brasile e si stabilì a Rio de Janeiro con lo scopo di farsi raggiungere dalla sua famiglia. Aprì un barber shop e, nel 1910 Maria, sua madre e sua sorella Olinda lo raggiunsero. I genitori ebbero altri quattro figli in Brasile, Amaro, Cecília, Aurora e Óscar. In seguito suo padre fece battezzare con rito cristiano la piccola con il nome Carmen, dato il suo grande amore per l’opera lirica. Questa sua passione influenzò tutti i suoi figli, in particolare Carmen, che cominciò fin da bambina a dimostrare le sue doti nella danza e nel canto e la sua voglia di entrare a far parte del mondo dello spettacolo. Questo desiderio fu fortemente osteggiato dal genitore, che la mandò a studiare nel convento di Santa Teresa a Lisieux. Sua madre, al contrario, la appoggiò moltissimo, arrivando a subire violenze fisiche dal marito quando Carmen ottenne un provino per un programma radiofonico. La ragazza aveva iniziato a esibirsi, cantando e danzando alle feste di Rio e dintorni. Fino a che sua sorella Olinda contrasse la tubercolosi e fu rimandata in Portogallo per potersi curare. Il sogno di Carmen sembrava svanito: a soli quattordici anni dovette andare a lavorare in un negozio di cravatte per poter supportare la famiglia nelle ingenti spese mediche. Poco dopo, però, passò in una boutique con sartoria annessa. Fu lì che imparò a cucire e fu soprattutto avviata all’arte della modisteria: Carmen aprì una sua attività, un negozio di cappelli che si rivelò piuttosto redditizio e che sarebbe stato alla base delle sue caratteristiche future.

Carmen Miranda

Carmen Miranda, la prima stella del Brasile

Seppur nata in Portogallo, Carmen era ormai cittadina brasiliana naturalizzata e, anche in seguito, si sarebbe sempre sentita brasiliana. Nonostante la sua attività commerciale fosse fiorente, il fuoco dello spettacolo era ardente in lei, perciò continuò a cantare e ottenne una discreta fama. Il suo successo in patria si deve a una serie di fattori contingenti – oltre al suo naturale talento e all’incredibile grazia legata a massicce dosi di autoironia. La canzone popolare era tornata in auge e veniva per la prima volta resa eterna dalle incisioni su disco in vinile. La samba stava prendendo piede. Carmen Miranda fu presentata al compositore Josué de Barros, che la fece incidere per la prima volta nel 1929, con una casa di produzione tedesca, la Brunswick. Fu solo l’inizio: già l’anno successivo la bella ragazza dal sorriso coinvolgente era la più famosa star pop del Brasile, con un contratto discografico con la RCA Victor e uno con Rádio Mayrink Veiga, la stazione più popolare negli anni Trenta in America Latina. La sua vitalità coinvolgente le fece meritare numerosi soprannomi e la portò quasi contemporaneamente a sfondare anche nel mondo del cinema. Degraus da Vida fu il suo primo film, nel 1930, ma fu con Alô Alô Brasil (1935) e Alô Alô Carnaval (1936) che conobbe la vera fama. Sebbene non fosse ancora protagonista assoluta, rubava la scena ai suoi colleghi uomini, popolari cantanti dell’epoca, e la rivista Cinearte la definì “ la star più popolare del Brasile, a giudicare dalla corrispondenza che riceve”.
Si trattava di film musicali, che esaltavano la tradizione del carnevale brasiliano, la gioia di vivere e i colori. Le trame erano standard e tutte simili tra loro, un mero pretesto per inserire numeri musicali. In Alô Alô Carneval ne sono presenti addirittura ventitré. Il film segna il debutto anche di Aurora Miranda, sorella di Carmen.

Carmen Miranda

Fiori, frutta e canzoni: Carmen Miranda diventa un’icona

Per tutti gli anni Trenta Carmen Miranda fu la stella più fulgida di tutto il Brasile. Bastavano il suo nome o la sua foto per far accorrere le masse. Eppure adottò ciò che la rese davvero un’icona solo nel 1939: in quell’anno recitò nel film Banana-da-Terra nel ruolo di una ragazza povera di colore di Bahia. Il suo costume era una versione molto glamour di vesti popolari: un abito fluente e in testa un copricapo con frutta e fiori. Lo scopo di quella scena musicale era porre l’attenzione su una classe sociale fortemente svantaggiata. L’impresario statunitense Lee Shubert lo vide e visitò il Brasile per assistere al suo show dal vivo che si teneva a Rio de Janeiro. Folgorato dal suo stile coinvolgente, la volle scritturare subito per il suo musical estivo The Streets of Paris. Inizialmente Carmen rifiutò: Shubert non avrebbe scritturato la sua band e lei sentiva che i musicisti del Nord America non sarebbero stati in grado di catturare il suono del suo paese. Intervenne addirittura il Presidente Vargas, che si dichiarò convinto che Carmen Miranda e la sua band sarebbero stati ambasciatori culturali del Brasile e face sì che il trasferimento della band a New York fosse a carico del governo. Carmen prese molto sul serio questo incarico informale e decise che sarebbe stata l’ambasciatrice della cultura brasiliana nel mondo occidentale.

Carmen Miranda

Carmen Miranda morde la Grande Mela, poi vola a Hollywood

L’impatto di Carmen Miranda sulla

Vintage in spiaggia

Vintage in spiaggia? Scopri come esserlo in 5 mosse

L’estate è ormai al culmine e per noi che amiamo il vintage è una vera gioia per gli occhi! Specialmente per chi ama le pin-up, la bella stagione consente di adottare un look perfetto, senza nemmeno cercare troppo. Abitini e gonne a ruota, shorts a vita alta, top annodati sopra l’ombelico o dietro al collo e accessori, moltissimi accessori!

Ma quando arriva il momento di scendere in spiaggia, come si fa? A meno che tu non sia una fan del costume intero, e che davvero indossi solo indumenti autenticamente anni Cinquanta, come si fa a essere vintage in spiaggia senza spendere una fortuna? Semplicissimo: segui le nostre cinque mosse e sarai una vera pin-up on the beach!

Vintage in spiaggia: il costume da bagno dal sapore retrò

Il costume da bagno dal sapore vintage

Da poco abbiamo festeggiato i 70 anni di bikini, quindi è ovvio che per essere vintage non è necessario indossare un costume intero! E non c’è nemmeno bisogno di evitare il mare finché non si è trovato un costume da bagno autenticamente vintage in qualche mercatino. Oggi, infatti, tutte le maggiori marche di beachwear propongono costumi da bagno di ispirazione vintage: dallo slip a vita alta alle stampe a pois o a righe, dallo stile alla marinara, ai modelli di reggiseno annodati al centro! Puoi davvero sbizzarrirti e… approfittare dei saldi! Inoltre online puoi trovare dei brand che producono costumi su modelli originali anni ’50 e ’60, a portata di mouse!

Vintage in spiaggia: gli accessori

Gli accessori per essere vintage in spiaggia

Il costume da bagno non è tutto: nella borsa di una ragazza al mare si trova di tutto! E allora partiamo proprio dall’accessorio fondamentale. Scegli una borsa capiente, che possa contenere tutto ciò di cui hai bisogno, ma leggera, in modo da poter camminare con stile… Una bag in paglia sarà perfetta (guarda le novità di Bloody Edith, per esempio). Per avere davvero stile, abbina il telo mare al costume. E lascia a casa le flip-flop: meglio gli zoccoletti con un po’ di tacco per essere vintage in spiaggia! No al pareo avvolto intorno al corpo come un sacco; sì a prendisole, abitini svolazzanti, short a vita alta e tutine (sono anche tornate di moda!), anch’esse tutte da abbinare. Prendi spunto dal look di Jessica Chastain in The Help e scatenati con i colori pastello! Gli occhiali da sole sono importantissimi e per fortuna anche per quanto riguarda i sunglasses, la moda ci aiuta con modelli “cat’s eye” di ogni colore e misura.

Vintage in spiaggia: capelli sempre a posto

Capelli sempre a posto, anche dopo il bagno

Un fiore tra i capelli caratterizza benissimo chi vuole essere vintage in spiaggia, ma dopo il bagno come si fa? No alla pinza! Al massimo puoi usarla se raccogli i capelli in una bella acconciatura, e comunque a patto che sia nascosta da un bel fiore. Me se vuoi davvero fare come le pin-up puoi scegliere di indossare la cuffia o di raccogliere in capelli in una bandana o in una fascia da bagno, come Rachel McAdams ne Le pagine della nostra vita. Così ogni ciocca sarà al suo posto. O ancora, puoi fare da te un turbante estivo, molto glamour!

Vintage in spiaggia: il make-up giusto

Per essere vintage in spiaggia devo truccarmi?

Hai mai visto una pin-up senza il suo prezioso rossetto rosso a incorniciarle il sorriso? Le donne una volta erano sempre in ordine. Così, per essere vintage in spiaggia anche il make-up non va trascurato. Ovviamente sarà leggerissimo e non dovrà sciogliersi al sole. Basterà applicare una terra solare come base, eyeliner e mascara waterproof e un rossetto di una tonalità più fresca ed estiva. Sei un po’ confusa su come fare? Niente paura: rivolgiti a dei consulenti di look, come i ragazzi di Retrorama Vintage Affair.

Vintage in spiaggia: proteggiti dai pericoli del sole

Proteggiti dai pericoli del sole

Questa è una regola che dovrebbero rispettare tutti, non solo chi vuole essere vintage in spiaggia. Tuttavia, un look da pin-up ti aiuta anche a proteggerti dai pericoli del sole. Nessuna insolazione, infatti, per chi tra gli accessori sceglie anche un bel parasole in tinta con il telo e il costume da bagno o un cappello a tesa larga, molto elegante e retrò! E ricorda che l’abbronzatura selvaggia non si accorda bene con questo look, quindi sì a un colorito che aumenta progressivamente e in modo sano: metti nella tua bag un filtro solare molto alto, soprattutto per i primi giorni di esposizione o per le ore più calde. Completa il colpo d’occhio con giochi e gonfiabili, ma non darti alla beach volley o ai racchettoni quando il sole è al suo massimo. In quelle ore, ristorati con bicchieri di frullato, centrifughe, macedonie di frutta, e bibite fresche che fanno tanto pin-up. No alle alte gradazioni alcoliche: meglio dei cocktail freschi e dissetanti, magari decorati con frutta o foglie di menta… almeno fino all’happy hour!

Dixie Evans

Dixie Evans: la Marilyn Monroe del Burlesque

Tra le tante star del burlesque di cui vi raccontiamo periodicamente la vita, ce n’è una che ha dato moltissimo al mondo glitterato dell’arte del teasing. Una donna che verrà ricordata nel tempo, poiché è grazie a lei se oggi esistono un museo e un archivio, è grazie a lei se questa forma di espressione effimera può veramente essere ricordata come merita. Dixie Evans non cercò, al contrario di molte sue colleghe, di sfondare nel cinema o essere qualcos’altro oltre a una burlesque performer. Non si diede al canto o alla danza, non finì su riviste di gossip per i tanti matrimoni. Fu una exotic dancer, e fu la fondatrice della Burlesque Hall of Fame, il museo no-profit del burlesque con la missione di “preservare, celebrare e ispirare l’arte del burlesque nel mondo”. Da questo luogo incredibile è nato uno dei premi più prestigiosi al mondo: Miss Exotic World, fondato dalla stessa Dixie. Ma andiamo con ordine: “sit back and relax”, perché stiamo per raccontarvi la storia di Dixie.

Dixie Evans

Dixie Evans in azione

Una come tante altre: l’infanzia di Dixie Evans

La vita di Mary Lee Evans, che poi divenne Dixie adottando il nome di sua nonna, avrebbe potuto essere facile e agiata. Nacque a Long Beach, in California, il 28 agosto 1926, da un businessman che lavorava nell’industria del petrolio, Roy Evans, e da una donna che discendeva da ricche famiglie francesi e dalle prime casate americane, Annie LeGrand. Nelle interviste, una volta famosa, Dixie Evans scherzava molto su questo: “Mi piace giocare sul fatto che sono nata dall’aristocrazia e poi sono finita a fare la spogliarellista!”. Il fatto è che suo padre rimase tragicamente ucciso in un incidente quando la piccola Mary Lee aveva solo sette anni, e sua madre rimase completamente sola a crescere i suoi due figli. Sopraggiunse la Grande Depressione e fece il resto: senza suo marito accanto in grado di risollevare gli affari di famiglia, le finanze si esaurirono ben presto. Dixie pertanto non divenne una delle tante biondine viziate; al contrario imparò ben presto a conoscere il valore del denaro e del lavoro. Fu una ragazza come tante, che sognava di arrivare a Hollywood, ma era anche molto ingenua sui meccanismi che avrebbero potuto condurla fin là. Lavorò nei luoghi più disparati sin da adolescente: un ospedale cattolico, una base militare, persino un campo di sedano. A sedici anni aveva già lasciato il liceo per iscriversi a classi di danza e per unirsi alla fila chiamata The Orchidias de Hollywood. Con questo corpo di ballo giovanile ebbe le sue prime esperienze “esotiche”, girovagando in tour che la portarono in Messico, quindi si unì alla Moonie Dancers, che giunsero in Alaska. Il lavoro le era necessario per vivere, e non sempre le faceva calcare la scena: potè esibirsi con il Clyde Betty Circus e poi finì a fare l’inserviente di scena a San Francisco. Ma da quel retroscena la sua determinazione la portò ad esibirsi nel suo primo numero da solista allo Spanish Village.

Dixie Evans

Tre delle pose più tipiche di Dixie Evans

Dixie Evans sulle orme di Marilyn

Quel primo, acerbo act portò Dixie Evans a lavorare sempre più. La ragazza doveva migliorare, ma aveva talento e determinazione da vendere. Fu così che fu scritturata dal Follies Theatre di Los Angeles, dove incontrò coloro che sarebbero diventati la sua manager e il suo costumista, rispettivamente Lilian Hunt e Gussie Gross. In seguito Lilian inserirà il più famoso act di Dixie Evans nel film di montaggio Too Hot to Handle, e Gussie provvederà al suo scintillante guardaroba. Tra un’idea e l’altra, Dixie giunse all’inizio degli anni Cinquanta lavorando nei luoghi più disparati. I teatri stavano vivendo una fase negativa, per cui lei stessa racconta di essersi esibita per lo più nei club e nei nightclub. Ma il suo curriculum dell’epoca vanta anche luoghi come il President Follies di San Francisco, il Rialto Theatre di Chicaco e soprattutto il Minsky’s a Newark, in New Jersey. E fu proprio uno dei celeberrimi fratelli ad andare a trovarla in camerino una sera per dirle che, data la sua somiglianza con la più grande star del cinema del momento, l’avrebbe chiamata “la Marilyn Monroe del Burlesque”. Dixie non era convinta: “Mr. Minsky, oggi tutte somigliano più o meno a Marilyn Monroe”, gli rispose. Ma Minsky, grande impresario con il pelo sullo stomaco, aveva già pronto un manifesto in cui il viso di Dixie si intravedeva, il nome Marilyn Monroe era scritto a caratteri cubitali, e a lettere molto più piccole si aggiungeva “of Burlesque”. Era chiaro che la decisione era già stata presa. Ma da quella intuizione Dixie Evans tirò fuori un personaggio indelebile, un repertorio-tributo che ancora oggi viene ricordato e imitato. Iniziò a studiare la caratteristica camminata di Marilyn, ogni suo gesto o movenza, persino il suo modo di parlare, che adottò in pubblico. I suoi act erano parodie di Marilyn Monroe… almeno fino alla sua morte. Dopo quel tragico 5 agosto 1962, a Dixie Evans parve un sacrilegio continuare a parodiare una stella che lei, in fondo, amava moltissimo e ammirava con tutto il cuore. Una donna che le aveva permesso di ottenere grande fama. Dal giorno successivo le parodie si trasformarono in omaggi, e i numeri comici divennero eleganti amarcord della diva che fu Marilyn.

Dixie Evans omaggia Marilyn Monroe

Dixie Evans omaggia Marilyn Monroe nel suo act ispirato al film “il Principe e la Ballerina”

Dixie Evans, l’imprenditrice

Intanto però, in quella dozzina di anni, Dixie Evans viaggiò in lungo e in largo negli Stati Uniti, esibendosi soprattutto a St. Louis, Chicago, Detroit, Buffalo, e Austin. Al Place Pigalle di Miami Beach fu scritturata per sei anni di fila, durante i quali lavorò senza mai un giorno di pausa. Fu

Hawaiian Party

Hawaiian Party: come organizzarlo in stile vintage

Se c’è una cosa che fa subito pensare all’estate sono le feste all’aperto. Con la bella stagione è possibile starsene fuori anche di sera, e fare in modo che proprio tutti, grandi e piccini, possano divertirsi. E non c’è niente di più estivo di un Hawaiian Party, con tanti colori e profumi freschissimi, luci e musiche a tema che, già da solo, richiama un certo immaginario vintage.

Come fare per organizzare il più fantastico Hawaiian Party? Seguendo i nostri consigli!

Hawaiian Party: le decorazioni

Le decorazioni per il tuo Hawaiian Party

La prima cosa da fare è trovare un giusto contesto per ambientare un party hawaiano. Una festa in piscina o sulla spiaggia sarebbero l’ideale, ma se ciò non fosse possibile andrà benissimo anche un giardino. Si possono organizzare feste hawaiane anche all’interno, ma di certo uno spazio aperto garantisce una migliore riuscita. Se non hai un giardino o un terrazzo, puoi sempre rivolgerti a qualcuno che ti aiuti a trovare la location più adatta. Una volta stabilita, via alle decorazioni! La parola d’ordine è “colore”. Che tu scelga il floreale o il più geometrico stile Tiki, tutto dovrà essere allegro e colorato. Ghirlande di fiori, veri o finti, palloncini colorati e ombrellini di carta. I tuoi ospiti possono essere accolti con un bel cartello che dice loro “Aloha!”, e sembrerà davvero di stare su un’isola se realizzerai dei cartelli con le indicazioni per condurli al buffet o alla pista da ballo. Puoi scavare degli ananas o delle angurie per utilizzarli come vasi per le composizioni floreali (la polpa servirà per il buffet) e puoi disseminare qua e là stuoie e cuscini per far accomodare i tuoi ospiti. Se la festa si protrae fino a sera, utilizza delle torce in giunco: sono caratteristiche e, se riempite di olio alla citronella, aiuteranno anche a tener lontani gli insetti!

Hawaiian Party: come vestirsi?

Hawaiian Party: come vestirsi?

Per quanto tu possa decorare la location del tuo Hawaiian Party, saranno gli ospiti a fare davvero la differenza! Questo è un genere di festa in cui gli invitati stessi completano il quadro generale. È semplicissimo se dici a tutti che si tratta di una festa in costume da bagno, ma se vuoi davvero dare un sapore retrò alla cosa, dovrai dare qualche direttiva in più! Largo alle camicie con stampe hawaiane o tiki per lui e agli abiti morbidi per lei. Un total look da pin-up, con fiori nei capelli e stampe floreali sul vestito sarà assolutamente perfetto. E poi ogni ragazza potrà scatenarsi con gli accessori: dalle collane agli orecchini. Puoi aiutare i suoi ospiti regalando loro le classiche ghirlande di fiori al loro arrivo, e magari un fiore da applicare all’acconciatura per le donne. Le infradito sono permesse, ma a patto che non rovinino l’eleganza un po’ vintage dell’insieme. Nel dubbio, ci si può sempre rivolgere a degli esperti di look retrò! E se qualcuno ha il fisico di Magnum PI, possiamo concedergli persino i suoi calzoncini rossi!

Hawaiian Party: il catering

Il catering ideale per un Hawaiian Party

Se vuoi che la tua festa riesca fino in fondo, fai in modo che tutto rispetti il tema, a cominciare dal buffet! Che lo prepari da te o che ti rivolga a un catering, l’importante è che tutto sia intonato al tema Hawaiian Party. Per fortuna è facile, dal momento che la cucina hawaiana offre tante possibilità classiche: dal riso fritto agli spiedini di prosciutto e ananas, alle composizioni di frutta. Accanto al delizioso pollo huli huli, puoi collocare dei mini-sandwich a forma di flip flop. Con i dolci poi, potrai proprio sbizzarrirti: dal cake design, alle cupcake con i fiori di zucchero. Puoi far preparare dei biscotti a tema e per i più piccoli anche delle cake pop!

Non dimenticare i cocktail: dal Blue Hawaiian al Sunrise. L’ideale è chiamare degli esperti che potranno addirittura offrirti un Concept Open Bar a tema!

 

Photobooth e photo corner a tema hawaiano

Non vorrai mica che il tuo party in grande stile non abbia le foto giuste? Il successo del tuo Hawaiian Party in stile vintage sarà completo se farai allestire un photobooth con tanti oggetti a tema (ghirlande di fiori, ukulele e percussioni, occhiali colorati) o, meglio ancora un photo corner! Proprio come alle feste anni Cinquanta, noleggia dei pannelli dipinti dove gli ospiti possono infilare la faccia e venir immortalati! Potranno essere ballerine di hula o aitanti surfisti! E per i più piccoli? Lilo & Stitch, ovviamente!

Hawaiian Party: musica e intrattenimento

La musica per il tuo Hawaiian Party

La musica, si sa, è l’ingrediente fondamentale per la buona riuscita di qualunque evento, in particolare di un Hawaiian Party. L’ideale sarebbe una combinazione di musica dal vivo e DJ set. All’arrivo dei tuoi ospiti un bel tappeto di musica hawaiana di sottofondo e poi, quando la festa entra nel vivo, una band dal vivo che intrattenga tutti. Ukulele e percussioni sono gli strumenti più tipici, ma non dimenticare che anche Elvis è ormai un classico per gli abitanti dell’arcipelago hawaiano, quindi anche dello scatenato rock ‘n’ roll è perfetto per far divertire tutti. L’intrattenimento può prevedere poi anche dei momenti di spettacolo: danzatrici e danzatori hawaiani in costume caratteristico, fire performance e sputafuoco, o persino dei numeri burlesque a tema! E per concludere, anche fino a tarda sera, un bel DJ set che coinvolga ogni invitato nelle danze. Il successo è assicurato!

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Les Folies Retro è l’agenzia italiana specializzata nell’organizzazione e produzione di eventi ad ambientazione vintage, partendo dai ruggenti anni ’20, passando per i favolosi anni ’50 per arrivare, infine, ai cotonatissimi anni ‘60. Les Folies Retro propone un cast esclusivo ed altamente selezionato rigorosamente specializzato nell’ambito del Burlesque e del panorama Vintage.
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